Trenta denari
17 Dicembre Dic 2011 1119 17 dicembre 2011

Mezzo miliardo di buone ragioni per licenziare il vertice di Unicredit

Entro giugno 2012 Unicredit dovrà chiedere agli investitori 7 miliardi e mezzo di euro. Servono per ricostituire il patrimonio, depauperato da 10 miliardi di svalutazioni.

Sostiene il presidente della banca Dieter Rampl che un aumento di capitale «è un patto di fiducia tra chi lo richiede e gli azionisti che ne sopportano l’onere». Rampl dà per scontato di meritare la fiducia. E come lui anche l’a.d. Federico Ghizzoni e gli altri amministratori che negli anni hanno condiviso le scelte dell’ex a.d. Alessandro Profumo.

Fino a pochi mesi fa i vertici della banca negavano la necessità della ricapitalizzazione, mentre autorità e operatori di mercato suggerivano di prepararsi per tempo al peggio. Oggi Piazza Cordusio è costretta a fare l’aumento in condizioni di mercato pessime. Ma questa è solo una delle ragioni che non depongono a favore di propone “il patto di fiducia”. Vediamo perché.

Al 31 marzo 2011 Unicredit aveva 337 milioni di crediti verso le aziende del suo socio Ligresti: 50 verso la compagnia assicurativa Fondiaria-Sai, 140 verso la controllante Premafin, altri 147,8 verso Sinergia (holding della famiglia Ligresti che ha il 20% di Premafin). A marzo il cda di Unicredit ha deciso all’unanimità di buttare nel piatto altri 170 milioni partecipando all’aumento di capitale di Fon-Sai: per tutelare, dicevano, i crediti concessi e il valore delle relative garanzie (pegno su titoli Fon-Sai e Premafin). I Ligresti hanno così mantenuto il controllo della compagnia: con i soldi di Unicredit, che così ha potuto rinviare l’emersione delle perdite su crediti. Sei mesi dopo, dei 170 milioni restano briciole: la quota acquisita in Fon-Sai vale 18 milioni.

Il giochino ha retto poco. Causa perdite massicce, Fon-Sai ha bisogno di un altro aumento. Siamo al punto di partenza: solo che stavolta è improponibile un altro regalo alla famiglia Ligresti, che dovrà perciò rassegnarsi a perdere il controllo. Il castello di debiti è perciò destinato a crollare in quanto poggia su titoli in garanzia che non garantiscono un bel niente perché valgono e varrano ancora meno. È la situazione che a marzo il cda di Unicredit si è rifiutato di ammettere. Per di più, il pegno è condiviso con altre banche creditrici. Peggio di così che altro default di credibilità si può immaginare per un banchiere?

Ma Ghizzoni non molla il punto e continua a difendere l’indifendibile: «Sono ancora convinto che fosse un’operazione da fare, mi assumo la responsabilità di quanto fatto» (14 novembre). Ha buttato via denaro degli azionisti, in un momento delicato per la stabilità delle banche, ma l’idea di trarne le conseguenze e farsi da parte non lo sfiora. Né sfiora gli altri amministratori, dal presidente Rampl ai consiglieri indipendenti, passando per il vicepresidente Fabrizio Palenzona, che sponsorizzò questa distruzione di denaro. O per questi “banchieri” le parole valgono come i crediti ai Ligresti o non hanno capito quello che hanno fatto. Di questi tempi, però, gli investitori e il pubblico dei depositanti non possono concedersi il lusso di perdonare chi non sa quello che fa: non è il loro mestiere, e con la crisi finanziaria che si aggrava sarebbe pure anti-etico. E sarebbe anche l’ora che la classe dirigente cominciasse ad assumersi per davvero le sue responsabilità. La buona flessibilità del mercato del lavoro parte sempre dall’alto.

Riassunto: crediti dubbi per 337 milioni, nel frattempo saliti intorno a 400 milioni, più una perdita di 152 milioni sull’aumento Fon-Sai, fanno 552 milioni di euro. Su quale base allora il mercato dovrebbe mettere in mano sette miliardi e mezzo di euro a questi amministratori? Ci sono almeno mezzo miliardo di buone ragioni per non farlo. Ci sono mezzo miliardo di buoni motivi per licenziare anche l’intero cda di Unicredit e completare il rinnovamento del vertice della banca. Mezzo miliardo di euro. Arrontondato per difetto.

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