Appunti e disappunti
23 Dicembre Dic 2011 2249 23 dicembre 2011

L’inutilità del Natale ovvero la solitudine delle feste

Quando inizia il mese di dicembre, se non prima, riprende come ogni anno il rituale natalizio fatto di gesti e di un'estetica cui siamo fin troppo abituati: alberi addobbati, presepi, luci, regali, auguri ecc. Questa atmosfera che ci accompagna per più di un mese in passato aveva (per me) un suo valore e una sua bellezza. Fino all’adolescenza il Natale rappresentava un periodo magico, l'attesa dei regali, delle tombolate tra parenti e persino della Messa di mezzanotte. Tutto ciò mi emozionava e nel complesso costituiva ciò che molti chiamano l’atmosfera del Natale.

Nel corso del tempo però l’età adulta (o forse una certa perdita d'innocenza) ha portato ad un approccio diverso, approccio che con mio stupore trovo condiviso anche da amici e conoscenti. Il periodo di Natale infatti viene vissuto con un senso di angoscia, quasi una scocciatura, tanto da avvertire un univoco sentire: «prima finiscono le feste meglio è...»
Ma per quale ragione il Natale dovrebbe suscitare un sentimento opposto rispetto a quello che un po’ tutti sentivamo da bambini? Che cosa è mutato realmente in noi e nel nostro rapporto con la festa religiosa più importante dell’anno?

Il primo elemento da riscontrare è la perdita di valore della festa in sé. Il Natale in quanto tale e l’Epifania assumono una reale importanza in poche, forse pochissime persone; il Dies Natalis è senza dubbio vissuto con aridità e distacco. Anche chi segue tutti gli anni la Messa di mezzanotte vive spesso l’intensità del momento con poca enfasi, distratti come siamo dalle declinazioni della vita: dai problemi familiari, da quelli lavorativi, dalla moglie o dalla fidanzata, e da mille altre “distrazioni terrene”. Sicché quel distacco dalla vita materiale che ogni buon cristiano dovrebbe ricercare è una chimera, soprattutto in una società secolarizzata come la nostra.

Svuotati dal significato religioso gli individui si rifugiano negli affetti famigliari e nelle persone cui si vuole bene: vista così l’importanza del Natale è quella del ritrovare coloro che contano nella nostra vita. Ma certamente questa possibilità non è appannaggio di tutte le famiglie perché oltre al disagio di separazioni e divorzi (i numeri all’interno delle famiglie sono grandi come ben sappiamo) magari si sconta un rapporto non sempre idilliaco con i parenti. Così il rito cortese degli auguri quasi sempre è spezzato da una cordialità forzata nei confronti di chi non si vorrebbe scambiare parola. Ma si sa, a Natale bisogna essere tutti più buoni...

A Natale quindi si finisce con l'essere coinvolti nello scambio di doni: anche se magari questo scambio proprio non va e non ci si tiene. Molte volte l’idea stessa di doversi occupare dei regali è angosciosa tanto quanto il peso economico per sostenerla. Ma certamente non è questo il problema del Natale, semmai è la natura stessa della festa (spersa nel valore commerciale dei doni) a mutare sempre più in un annuale conto economico.

Personalmente il Natale mi rattrista, perché vivo l'accentuazione di questa ipocrisia che consumiamo senza ritegno alcuno: distratti dal rosso delle vesti, dalla neve finta e dalle gozzoviglie di panettoni e canditi; e poi quel buonismo di immagini, film e preghierine così lontane dalla vita reale tanto da apparire patetici e indigesti. Così il questa cesura tra lo svuotamento di senso religioso e l’apparenza infarcita di miele, ciò che resta è un amaro senso di solitudine tra se stessi e quel mondo agognato.

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