Marta che guarda
27 Dicembre Dic 2011 1607 27 dicembre 2011

Le idi di marzo, di George Clooney

A me piacciono i thriller aperti (ma non troppo), quelli che quando finiscono ti sembra di avere capito tutto, ma che poi, subito, al riaccendersi delle luci in sala, ti rendi conto che invece forse non è così come pensavi, che forse un suicidio è un omicidio, che il colpevole potrebbe essere innocente e che la vittima tanto vittima non era.
Mi piace che restino dubbi e domande, che mentre pedalo tornando a casa io non possa smettere di interrogarmi, di immaginare nuovi scenari.
Le Idi di Marzo è un po’ così: un giallo che ha scatenato un travolgente parlottare fitto fitto tra me e la mia amica mentre uscivamo dal cinema, senza che ne venissimo davvero a capo.
Poi c’è la denuncia politica, come si sa. La denuncia che “c’è del marcio in Danimarca”, ma anche in America e pure, ahilui e ahinoi, all’interno del partito Democratico, proprio quello che il regista George Clooney sostiene senza mistero.
Il messaggio non è granché originale, a dire la verità: di film americani sulle malefatte e sugli sporchi compromessi dei politici ne abbiamo visti tanti.
Ma nel raccontare questa torbida storia di tradimenti (di una causa, oltre che di chi ci credeva), George si merita lo stesso un bel “chapeau, Mr Clooney”.
Per il coraggio (attaccare gli amici è più difficile che attaccare gli avversari) e per la tenuta narrativa: perché resti incollato alla vicenda che ti si complica sotto gli occhi senza mai perderti.
Perché resti turbato dai personaggi e stai lì all’erta per vedere come si comportano.
Per come rappresenta il cinismo della giornalista (brutta gente, i giornalisti), il rigore etico del candidato (che nasconde però il peccato più grande in Usa), l’idealismo senza speranza dei giovani assistenti, degli stagisti e soprattutto delle stagiste.
Gli attori poi sono una meraviglia, primo fra tutti Philip Seymour Hoffman, tanto bravo da suscitare nella sottoscritta, a ogni interpretazione, sommovimenti de core nonostante il suo aspetto un po’ porcino.
La fregatura per noi italiani è però l’inevitabile tentazione che ti viene mentre guardi questo film: sostituire i personaggi con i vari Casini, Bossi, Scilipoti, Bersani, Di Pietro, La Russa, l’orrido Capezzone e via così, sull’onda di un masochismo irrefrenabile che produce effetti tragicomici e che rischia, se non ti fermi in tempo, di rovinare la visione di un bel film. Chi può e chi ci riesce, quindi, si astenga da questo giochetto e si dimentichi di chi siede nel nostro Parlamento, dei ben più modesti e squallidi traffici di potere che si intuiscono qui da noi. Riderà di meno, ma sarà più felice.


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