Gesellschaft
4 Gennaio Gen 2012 0740 04 gennaio 2012

Non siamo pronti per discutere di riforma del mercato del lavoro

Oggi vi saranno i "preliminari" ai tavoli di concertazione tra il Governo Monti e i Sindacati. I temi sono molti, dal Contrato Unico e le sue diverse declinazioni fino all'art.18. Il tema economia è ovviamente quello piú sentito da parte dell'opinione pubblica ma il confronto, il dibattito politico e sociale, che dovrebbe fornire soluzioni e alternative, è ancora immaturo rispetto alla grave situazione nella quale versa il nostro paese.
Un esempio mi è stato fornito dal post che ho scritto ieri sul caso Omsa, nel quale ho volutamente sostenuto che in un contesto come quello italiano le imprese fanno bene a delocalizzare. La risposta che è venuta dagli utenti, soprattutto sui social network nei quali ho condiviso, discusso e commentato il pezzo, è stata piuttosto scontata. Una sorta di stimolo-risposta, caro alle piú tradizionali teorie comportamentiste, mi ha nuovamente convinto che in Italia non siamo ancora pronti a discutere di riforma del mercato del lavoro. Il pretesto del caso Omsa, verso il quale ho giá espresso solidarietà ma che non ho esitato a mettere in discussione, mi ha fornito diversi elementi che - oltre a rafforzare la tesi che sostenevo - mi portano ad affermare che il blocco economico e sociale nel quale ci troviamo sia sostanzialmente frutto di una sfera pubblica e politica irrigidita nella sua dimensione focale. Dibattere, discutere, confrontare le posizioni sono i principi, gli elementi cardine affinché una sfera pubblica svolga a pieno il suo ruolo, ovvero quello di fornire lo spazio per far crescere opinioni attraverso lo scambio di idee e contenuti, e il tutto deve avvenire in totale libertà e senza irrigidimenti nel processo di influenza e persuasione. Il caso Omsa che ho sollevato ieri ha invece presentato una sfera pubblica polarizzata nelle posizioni e poco propensa a cambiare volto. Mercato vs statalismo, capitale vs lavoro, ideologia vs razionalità sono solo alcune delle coppie bipolari emerse dal dibattito.
Questo aspetto alla polarizzazione delle posizioni appare amplificato soprattutto sui social network che, pur dando la possibilità mai pervenuta nella storia degli strumenti di comunicazione, discutere in maniera orizzontale di qualsiasi tema, non ha invece prodotto ancora l'effetto desiderato, ovvero lo spostamento dei processi di formazione delle opinioni su un piano di reciproca influenza e persuasione attraverso la libera circolazione delle idee e delle informazioni.
Tutto ciò sta avendo delle ricadute sul piano politico e sociale visto che le parti chiamate in causa a rappresentare i diversi interessi e le posizioni espresse (partiti, sindacati, associazioni etc etc) sono particolarmente sensibili alle indicazioni fornite dall'opinione pubblica. Appare dunque inevitabile che i tavoli di concertazione, il confronto tra i partiti e infine quello tra i cittadini sia compromesso e "condannato" a rincorrere questo processo - a tratti irreversbile - di polarizzazione e in alcuni momenti anche di barbarizzazione del dibattito. Ecco dunque che la crisi economica diviene anche politica e inevitabilmente anche crisi sociale, con non poche ripercussioni sul piano della crescita e dello sviluppo, delle relazioni, della quotidianità.
Siamo ancora dunque immaturi per poter parlare di riforme del mercato del lavoro perché é immatura la società, che si confronta poco e male, è immatura la politica, che tende a rappresentare le opinioni espresse dai sondaggi, è immaturo il cittadino che - vuoi per ragionevole rabbia o per esasperazione - si ritrova a partecipare al dibattito parlandosi addosso, senza ascoltare e alimentando cosí tutti i vizi e i mali che non dovrebbero appartenere ad un sistema sociale perfettamente funzionante.

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