Mercato e Libertà
11 Gennaio Gen 2012 2046 11 gennaio 2012

La crisi dell’euro: la spesa pubblica, o come comprare i vot

Non tutti i Paesi europei in crisi hanno problemi finanziari: l’Italia e la Grecia, ad esempio, non sono note per problemi legati alle banche, anche se chiaramente la recessione fa aumentare le perdite sui prestiti e quindi è un problema anche per le banche.

I Paesi con problemi finanziari sono quelli che sono cresciuti di più, perché la finanza nonostante tutti gli incentivi perversi gioca un ruolo economico fondamentale, e la repressione finanziaria è peggiore dell’instabilità finanziaria.

L’Italia e la Grecia hanno un problema di conti pubblici: il peso dell’economia pubblica (forse sarebbe meglio dire “diseconomia” pubblica) sul PIL è cresciuto nel tempo, e i “dividendi dell’euro”, anziché essere usati per correggere i problemi finanziari (il debito) sono stati usati per renderlo più tollerabile, per poi farlo esplodere una volta entrati in recessione, nonostante gli aiuti europei per tenere bassi i tassi monetizzandoli o garantendoli.

Perché è successo? Nulla di particolarmente difficile da capire: la spesa pubblica serve per comprare i voti alle elezioni, e quindi cresce sempre, perché chi non la fa aumentare perde voti e dunque le elezioni. Non è possibile, insomma, risanare i conti pubblici senza rischiare di vedere la propria carriera politica sfumare: la serietà non paga, e la demagogia trionfa.

In alcuni Paesi questo è un problema maggiore che in altri: il “premio per il demagogo”, cioè il vantaggio elettorale di chi fa politiche suicide nel lungo termine, non è lo stesso se ci si trova in Germania o in Grecia, e tutti gli altri Paesi sembrano stare tra questi due estremi, con l’Italia e gli USA più vicini alla Grecia.

Il problema è che la spesa conferisce benefici concentrati, cioè a poche persone che si accorgono facilmente del privilegio ottenuto e possono orientare i loro voti in funzione di questo. Il finanziamento della spesa è un costo, che in teoria dovrebbe compensare questi spostamenti di voti, ma è un costo invisibile e molto diffuso: un privilegio da un miliardo di euro può benissimo spostare cinquantamila voti (ventimila euro a testa), ma se è diviso su venti milioni di famiglie nessuno si accorgerà del problema (cinquanta euro a famiglia). E se è finanziato a debito, sarà ancora più difficile rendersene conto.

Se gli elettori sono però preoccupati per il debito e le tasse, possono in qualche modo protestare contro l’aumento della spesa, riducendo il vantaggio che i populisti hanno nel comprar voti aumentandola. Ciò accade raramente perché il debito e le tasse le paghiamo tutti, mentre ogni beneficio dovuto alla spesa è appunto molto concentrato. Però in alcuni Paesi peculiarità morali o istituzionali, quali una certa ritrosia a vivere a spese altrui e certe limitazioni legali all’aumento della spesa, possono interrompere il circolo vizioso, o perlomeno rallentarlo.

Per questo motivo alcuni Paesi sono più seri di altri, e hanno finanze più stabili. Purtroppo il politico italiano che volesse tagliare la spesa per sanare i conti pubblici dovrebbe lottare contro moltissime lobby agguerrite, che gli farebbero perdere consensi, mentre i vantaggi, come la maggiore crescita e stabilità economiche, non sarebbero capitalizzabili come voti.

Pietro Monsurrò

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