Il cammello, l'ago e il mercato
12 Gennaio Gen 2012 1752 12 gennaio 2012

Se l'Europa non cresce il problema non siamo più noi ma l'Euro: fra poco toccherà alla Bce

All'asta odierna la Repubblica Italiana ha finalmente visto aprirsi uno spiraglio nell'incubo degli spread: oltre 8 miliardi di Bot a un anno sono stati collocati al 2,735% invece del 5,95% pagato a metà dicembre, con una differenza quindi di oltre il 3% (321 punti base). Possiamo tirare un sospiro di sollievo, magari per ricominciare come prima, quasi fosse stato tutto solo un brutto sogno? La domanda è retorica e gli spread a 10 anni sono ben lontani dall'inviare segnali così incoraggianti. Anche se ci siamo liberati di un governo pasticcione e inaffidabile, tuttora lottiamo contro uno spread, sulle scadenze lunghe, pervicacemente elevato.
Perché questa pervicacia, e quali conseguenze ha? I “mercati” non credono ai duri provvedimenti del governo Monti? No, il punto è un altro e più complicato; tutta l'Eurozona stringe la cinghia, il che porterà austerità e flessioni del Pil ovunque, anche negli Stati “forti”. Le peggiori conseguenze di questa austerità graveranno sugli Stati “deboli” come noi, che non vedremo salire il Pil, cosa di cui, ben più di altri, abbiamo un gran bisogno; tale crescita, infatti, automaticamente ridurrebbe il peso del nostro debito.
L'austerità in arrivo significa quindi minor sostenibilità del debito, il maggiore in Europa- Grecia a parte- in proporzione al Pil. Ha quindi mille volte ragione Monti a insistere perché la crescita divenga alfine una priorità per tutta la Ue: finché l'Europa “forte” non affronterà questo nodo, quella “debole” soffrirà, perché sui propri debiti pagherà alti tassi di interesse. Questi alti tassi, però, come Monti ben sottolinea, hanno a che fare, più che con timori specifici sull'insostenibilità del nostro debito, con la paura che una crisi dell'euro porti ad una rottura generale dell'Unione Monetaria, e quindi l'Italia ne esca; non da sola, ma nell'ambito di un rovinoso, generale ritorno alle monete di vecchio conio. A pagarli, questi proibitivi tassi, sono solo coloro (noi, Spagna, Portogallo, per tacere della Grecia) che se mai dovessero uscire dall'euro causerebbero gravi danni ai creditori, costretti ad accettare rimborsi nelle loro vecchie valute, per noi la liretta. Certo, non teme altrettanto la rottura dell'euro chi, in teoria, potrebbe trovarsi ad essere rimborsato in un nuovo Deutsche Mark!
Non dobbiamo allora puntare agli Eurobond- che i “forti” avrebbero buon gioco a dipingere come un immeritato aiuto a chi non ha fatto la cicala- ma alla ripresa dello sviluppo in tutta Europa. È una politica più espansionistica il massimo di solidarietà che, in questa concreta situazione politica, un'Italia che fa finalmente fronte alle proprie difficoltà ha diritto di chiedere, e qualche speranza di ottenere.
C'è però anche un'altra causa per uno spread pervicacemente alto, una concausa con alcune sfumature che a noi paiono quasi razzistiche, ma di cui dobbiamo prendere atto. In molti non si fidano proprio di noi italiani, tanto da temere che si faccia sì ora qualcosa di serio sotto lo sguardo severo del professore, ma presto invocheremo il Paese dei Balocchi, una ricreazione permanente. Se Monti dura fino alle elezioni, essi pensano, va bene, ma poi- magari dopo aver strappato significative concessioni agli arcigni vicini- cosa saranno capaci di fare questi inaffidabili italiani? Non vorranno magari far passare la festa per brindare poi al Santo gabbato?
Queste prevenzioni concorrono, come causa secondaria, a tenere ancora alto il costo dei nostri debiti a lungo termine. Contro queste prevenzioni- che purtroppo trovano negli atteggiamenti di parte della maggioranza che esprimeva il precedente governo robusti agganci giustificativi- c'è poco da fare, salvo continuare a pedalare. E magari far presente che siccome i nostri arcigni vicini non sono fessi, non si accontenteranno certo di vacue promesse; ben lo dimostra il duro negoziato in corso sul profilo temporale per la riduzione del debito verso il 60% di Maastricht.
Lo scotto di tutto ciò lo paghiamo non solo, come contribuenti, sotto forma di interessi più alti sul nostro debito. Lo paghiamo anche come consumatori, come lavoratori, come investitori; a causa dello spread alto, le nostre imprese infatti pagano interessi più alti anch'esse, perché le banche presso cui si finanziano pagano a loro volta interessi più alti. Soprattutto, gli operatori stranieri- già poco attratti dagli investimenti in Italia- fiutano un pericolo inesistente sì, ma che a loro pare gravissimo e si tengono alla larga.
Tutto questo è insensato, perché distorce senza ragione il funzionamento dell'economia. Per preservare la stabilità della moneta, la Bce vuole che la propria politica monetaria, i cui impulsi vanno trasmessi a tutta l'Eurozona, vi determini condizioni operative omogenee. È difficile che essa possa ancora a lungo assistere inerte a quanto sta accadendo ad un'Italia che ha ormai ricreato le condizioni di “sanità” dei conti pubblici. E noi non possiamo accettare di essere guidati da una mano che si vorrebbe invisibile, ma ti sbatte fuori strada quando con tanta fatica ti sei rimesso in carreggiata.

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