Mercato e Libertà
15 Gennaio Gen 2012 1814 15 gennaio 2012

La crisi dell’euro: sfruttare la crisi per accrescere il potere politico

Il governo federale americano approfittò della Grande Depressione per espandere il suo potere sulla società americana. Considerando l’importanza delle scelte politiche di allora nel causare, aggravare e allungare la crisi, questo meccanismo è da considerarsi doppiamente perverso. Ma è stata una “cospirazione” o la naturale conseguenza delle dinamiche politiche? Purtroppo la seconda: anche i politici che vogliono fare del bene alla fine di norma fanno del male, e di norma i politici non vogliono fare del bene né fare del male, ma solo stare meglio.

La stessa cosa rischia di accadere con l’Unione Europea: nonostante la mediocrità dimostrata dalle istituzioni europee nel prevenire la crisi, ad esempio non facendo rispettare le clausole del Trattato di Maastricht, e nonostante la mediocrità dimostrata nel modo in cui è stata affrontata una volta che la crisi è scoppiata, probabilmente il principale beneficiario della crisi sarà l’Unione Europea.

Il meccanismo è simile a quello del New Deal: dapprima si creano le premesse per una crisi, nella fattispecie dimenticando Maastricht, facendo gonfiare le bolle speculative, dando (probabilmente) l’impressione che né le banche né gli Stati membri avranno di che preoccuparsi in caso di crisi e sostenendo gli squilibri commerciali intraeuropei sin dal 2007, e poi si sfrutta la crisi per espandere i propri poteri, creando il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), per trasformare la BCE in uno strumento di bailout dei PIIGS, o addirittura creando eurobond (cioè debito europeo per finanziare i debiti nazionali, idea folle), un Ministero delle Finanze Europeo, e in generale un’“Unione politica”.

A cosa servono queste cose? Sono alternative disfunzionali alla responsabilità delle banche e degli stati membri. Se infatti entrambi vengono lasciati liberi di fare ciò che vogliono, approfitteranno delle garanzie europee per creare casini, e se si vuole impedire che combinino casini ma non si vogliono eliminare le garanzie europee, bisogna togliere loro la libertà di prendere decisioni politicamente pericolose. Un insieme di stati può funzionare soltanto se ognuno è responsabile per sé stesso, e bisogna eliminare ogni forma di assicurazione che possa provocare azzardo morale, oppure, si elimina l'autonomia decisionale degli stati.

L’alternativa, infatti, è creare un’Unione Europea politica che non ha altro motivo di essere che risolvere i casini che essa stessa ha in parte provocato. Eppure, gli stati membri dei Paesi meno seri scalpitano per essere lasciati liberi di comprare i voti dei propri elettori senza correre rischi di crisi fiscali. Una volta convinta l’opinione pubblica che deve sacrificare la propria autonomia ulteriormente in nome di un’Unione politica grazie alla crisi, sarà poi difficile evitare un inutile accrescimento dei poteri dell’Unione Europea.

E che garanzia c’è che questa prenderà decisioni meno scriteriate? In un’Europa divisa in vari stati, è sempre possibile allontanarsi da quelli falliti per rifarsi una vita, anche in casi estremi. E più diversità c’è tra gli stati, più c’è concorrenza e si può valutare quali politiche sono fallimentari e quali sono buone. Entrambe questi vantaggi del pluralismo politico verrebbero persi se l’Unione Europea diventasse un’”unione politica”. Mettere tutte le uova nello stesso paniere non è mai una buona scelta, anche se a noi andrebbe verosimilmente meglio perché difficilmente troveremmo governanti peggiori dei nostri.

Inoltre, data l’eterogeneità dell’Europa il potenziamento dell’Unione Europea sarà potenzialmente foriero di conflitti politici (la politica, alla fine, serve a vivere a spese degli altri, e qualcuno deve essere costretto di norma a pagare il conto).

Infine, è più facile che l'Unione Europea si italianizzi e diventi ridicola (già lo è) piuttosto che si germanizzi e diventi credibile: in politica la via più semplice è sempre la demagogia. Chi fa proposte politiche assumendo che le autorità saranno all'altezza sbaglia sempre.

Pietro Monsurrò

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