Nel mirino
18 Gennaio Gen 2012 1339 18 gennaio 2012

Vivian Maier: happiness is real only when shared

Self Portrait di Vivian Maier

Happiness is real only when shared


Vivian Maier potrebbe essere un incrocio fra un personaggio di un film di Walt Disney ed uno di Tim Burton.

La sua storia è commovente, non so quanti di voi la conoscano, se n'è parlato molto l'anno scorso ma è da poco che è stato pubblicato il libro "Vivian Maier, Street Photographer", e quindi con questo mio post vi consiglio di comprarlo.

Maier nasce a New York nel 1926, trascorre la sua infanzia per lo più in Francia per tornare negli stati uniti nel 1951 e iniziare la sua carriera di bambinaia fino alla fine dei suoi giorni.

Una bambinaia che per tutta la vita in ogni momento libero che aveva andava in strada e scattava foto, accumulando oltre 100.000 negativi, la maggior parte dei quali nelle città di Chicago e New York.

Le fotografie di Maier hanno dei tagli e una sensibilità incredibili.

L'alone misterioso e fiabesco sta nel fatto che Vivian non ha mai mostrato le sue stupende fotografie a nessuno, molte nemmeno a se stessa, visto che sono stati ritrovati interi scatoloni pieni di rullini non sviluppati.

Alla fine degli anni 90, Vivian è poverissima, non riesce a pagare nemmeno l'affitto e nel 2007 (due anni prima della sua morte) gli scatoloni con tutti i suoi negativi e rullini che aveva messo in uno storage vengono confiscati e venduti all'asta per far fronte a pagamenti insoluti.

Il fortunato compratore è un giovanissimo fotografo e agente immobiliare dell’Illinois: John Maloof.

Immaginiamo la sorpresa di Maloof quando inizia a sviluppare i rullini e si trova davanti delle fotografie che niente hanno da invidiare a maestri come Diane Arbus, Lee Friedlander, Lisette Model, Robert Frank, Paul Strand, Wegee, ecc

Maloof cercherà disperatamente di rintracciare Vivian ma senza successo, la fotografa morirà quindi povera e ignara che la sua arte, che tanto aveva gelosamente nascosto, sarebbe stata rivelata al mondo intero.

Maloof ha archiviato e catalogato tutto il materiale di Vivian, creato un sito, fatto mostre, e finalmente anche un libro.

E' una storia quella di Vivian che mi commuove profondamente, e mi fa sorgere molte domande.

Mi viene in mente il protagonista del film "Into the Wild" che solo alla fine della sua breve e perigliosa esistenza scopre una grande verità e scrive nel suo diario Happiness is real only when shared.

Quante volte sarà capitato ad ognuno di noi mentre vive un'esperienza di pensare cosa proverebbe una persona cara se fosse li con noi.

Le associazioni mentali che accadono quando si condivide qualcosa con gli altri sono esponenziali e imprevedibili.

Fotografare è un atto solitario, una sorta di autoanalisi, una parte di me ha una strana ammirazione per la scelta di Vivian di tenere tutto per sè mentre un'altra si chiede se il fine ultimo di fare delle fotografie non sia anche quello di mostrarle e condividerle con gli altri, e non solo per una questione di ego.

Mi chiedo cosa sentisse Vivian Maier mentre scattava le sue fotografie, perchè non le ha mai mostrate a nessuno?

Che non fosse un'insicura è evidente dalle sue immagini, e i racconti di chi la conosceva lo confermano parlando di una donna indipendente, colta, eccentrica e forte, mai sposata, mai avuto figli, credo quindi che la sua fosse una scelta deliberata, sicuramente una persona che non aveva problemi di ego ma anche un po' egoista forse.

Non fraintendetemi, ho una totale ammirazione per Vivian Maier, per il suo lavoro e per come ha condotto la sua vita, umilmente, senza cercare il riconoscimento altrui, ma allo stesso tempo mi viene quasi un moto di rabbia, mi addolora che sia morta sola, indigente e soprattutto lontana dalle sue fotografie.

Mi chiedo può un'individuo davvero bastare a se stesso?

Quando si possiede un simile talento, non esiste forse un "dovere" di condividerne la genialità con il prossimo?

Quante e quanti Vivian Maier ci sono là fuori?

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