Marta che guarda
19 Gennaio Gen 2012 1148 19 gennaio 2012

Shame, di Steve McQueen

C'eravamo io, tre coppie di pensionati marito e moglie con i capelli bianchi, due uomini non so se fidanzati o amici, un signore da solo e una coppia (uomo e donna) di quarantenni che dietro di me ha passato il tempo a ridacchiare e poi se ne è andata prima della fine del film.
Tutti lì a vedere questa storia “elettrizzante, potente e provocatoria, elegante e audace, emozionante e raffinata, coraggiosa e innovativa, da non perdere” (cit.) e chi più ne ha più ne metta (di aggettivi), che prometteva tanto ma, ahimé, ha mantenuto poco.


Perché non basta intrigare con le vicende di uno che è in preda a una potentissima dipendenza da sesso per fare un film “elettrizzante” o “audace”.
E non basta avere due attori bravissimi (Michael Fassbender e, anche di più, una dolcissima e struggente Carey Mulligan, che se vince l'Oscar se lo merita tutto) per gridare al capolavoro.
Shame è tutto sommato un pacco. Non è che ci si annoia, ma dopo dieci minuti dall'inizio del film hai già capito tutto: Brandon è un uomo bellissimo e triste triste, ossessionato dal sesso in tutte le sue forme purché privo di ogni parvenza di tenerezza e sentimento, e che solo grazie a questo algido approccio all'esistenza riesce a condurre una vita abbastanza normale, dove tutto pare essere sotto controllo, dal lavoro ai suoi presunti rapporti di amicizia.
Sua sorella Sissy è il suo opposto. In realtà sono come le due facce di una stessa medaglia: lei persa dietro ad amori impossibili, dolce e sentimentale tanto quanto lui è duro e perverso. Entrambi, disperati e mossi da pulsioni autodistruttive.
Fine della storia. Perché i due personaggi questi sono e questi restano. Il poco che succede nell'ora e mezza secca di film è piuttosto banale. Tanto per dire: quando lui si trova a fare l'amore invece che sesso morboso ovviamente fa cilecca. E per punirsi, va giù pesante nell'esplorazione di quanto di più “sporco” riesca a trovare in giro per New York.
Che poi qui si rappresenta la sex addiction (che fa tanto hollywood), ma se al posto del sex ci fosse stata la drug, sarebbe stato uguale.
Sarebbe stato forse più interessante scavare dentro questo rapporto tra fratello e sorella, senza accontentarsi di alludere e basta. Ma l'impresa si faceva difficile, ci sarebbe voluta una sceneggiatura di ben altro spessore per passare dal particolare all'universale.
Se poi Shame voleva essere una metafora della società in cui siamo persi oggi, dove tutto si consuma in fretta e niente riesce ad acquistare un valore che nutra l'esistenza, non so: a me sembra che oggi ci siano altri problemi e altre paure, molto più terra terra, se si vuole, ma altrettanto tragiche se non di più. Oggi, a quel che vedo, più che altro ci si interroga su come si arriverà a fine mese, si fanno gli scongiuri per non perdere il lavoro e semmai ci si chiede come diavolo siamo arrivati a questo stato di crisi globale, che sembrava invece si dovesse essere sempre più ricchi, consumisti e goderecci, altro che spread, rating e precarietà diffusa.
Tant'è che il momento più bello del film, il più commovente e vero, è quando Sissy canta New York New York. Interpretazione memorabile, dove la sua lentezza disperata toglie il fiato per il contrasto crudele con le parole di quella canzone, che ci dice di sogni di successo a portata di mano.


Che aggiungere? La musica è bella, ma se ti appoggi a Bach è facile.
La fotografia, invece, sembra rubata alle riviste di moda più up-to-date (da Dazed in giù) ma, appunto per questo, prevedibile e chip. Soprattutto perché a firmare questo film è Steve McQueen, uno dei video artisti più autenticamente di rottura che ci siano in circolazione oggi. Che peccato.

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