Parsifal
25 Gennaio Gen 2012 1938 25 gennaio 2012

Certa sinistra ama gli ebrei purché siano morti

Arriva nel freddo dell'inverno la "Giornata della memoria". Per chi in gioventù ha visitato Mauthausen e Dachau e poi Auschwitz (dove è voluto andare insieme ai suoi figli) aumenta in quel giorno il bisogno del silenzio interiore, il rispetto reverente di fronte all'orrore indicibile, la "pietas" commossa per le vittime innocenti. E insieme, ma è solo questione di personale sensibilità, un lieve fastidio per il rischio della retorica sempre in agguato.

L'istituzione in Italia della giornata speciale si deve senza alcun dubbio principalmente alla sinistra (cosa che le fa onore), alla sua cultura, all'esigenza intellettuale e popolare di "non dimenticare". E tuttavia negli ultimi anni si è creata all'interno della medesima sinistra (o almeno nella sua parte più comunicativa e chiassosa) una bizzarra linea politica e ideologica, per cui è giusto e sacrosanto amare moltissimo gli ebrei, ma soltanto quelli morti.

Già, perchè ci sono anche gli ebrei vivi, magari discendenti dai pochi scampati all'Olocausto. E con quelli vivi non nascondo di provare una sincera curiosità e una certa ammirazione. In particolare per un popolo che ha conosciuto la diaspora e millenni di persecuzione salvaguardando tra molti sacrifici e con secolare testardaggine la propria identità di comunità e di fede. Certo, anche tra loro ci sono quelli cordialmente antipatici, i furbetti e gli affaristi e qualche imbroglioncello; Ma nella realtà abituale dell'unica razza esistente, la "razza umana" con i suoi splendori e le sue miserie.

E alla pari di tutti gli altri cittadini, hanno la piena libertà di avere differenti idee politiche, di frequentare diverse culture, di schierarsi dove e come vogliono. E anche di parteggiare umanamente per lo Stato d'Israele. Che, unica democrazia del Medio Oriente, è certamente criticabile anche con durezza, è condannabile ma non è, se si permette, "riannentabile". Annientare gli ebrei una seconda volta (o solo tifare per la loro distruzione) sarebbe un'ignominia che l'intero mondo e la stessa civiltà umana non possono assolutamente neppure pensare.

E' in questo scenario che si fa istruttivo e suscita interrogativi anche inquietanti il rovente dibattito che si è scatenato su queste colonne intorno alla limitata vicenda della condanna giudiziaria di Caldarola su querela di Vauro. Il collega Caldarola sa difendersi benissimo da solo e non ha certo bisogno delle mie modeste parole e della sincera stretta di mano che gli trasmetto.

Ma tutta la storia. per minima che sia, lascia l'amaro in bocca su un vero e proprio paradosso dai contorni kafkiani. Ci insegna infatti che in questo Paese esiste una categoria di "intoccabili", una confraternita di bramini dell'informazione e della satira poltica, che rivendicano piena e assoluta libertà di espressione solo per sè e per la propria parte, una libertà totale che può essere greve e offensiva ma non criticabile.

Loro, che dello stile scanzonato, goliardico e irriverente hanno fatto una divisa, adesso (e non è il solo caso) sono poi prontissimi, quando messi in discussione, a ricorrere frignando a mamma magistratura perchè qualcuno gli ha "fatto la bua" della critica. Senza accorgersi così di esser diventati reazionari, codini e benpensanti almeno quanto, se non di più, dell'establishment che hanno sempre contestato.

Sono gli scherzi del "politicamente corretto" e della sua intolleranza per chi la pensa diversamente e si permette di esprimerlo. Il tutto con i timbri e i bolli delle sentenze. Mamma magistratura oggi ci dice che sulle vignette di Vauro (anche le stronzate più inguardabili) il consenso e la risata sono ormai obbligatorie...

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