De Gustibus
28 Gennaio Gen 2012 0921 28 gennaio 2012

Appetiti politici: cos’hanno in comune la remise en forme di Monti e quella di Obama.

Ieri, mentre Mc Donald inciampava su twitter, il mio fruttivendolo si scusava per il prezzo folle delle zucchine e mentre i mercati della frutta registravano quotazioni da tempo nemmeno immaginabili in Borsa, tanti bambini festeggiavano il loro compleanno davanti a un happy meal con una bella corona rossa su cui campeggia una M giallo sole.
Nel mercato del cibo vale tutto e il contrario di tutto, alla faccia delle tasse sul junk food, degli imprevisti del marketing e delle decisioni di Ministri e First Ladies (anche se talvolta il mercato delle “patate” è strettamente connesso alle sorti di un governo e viceversa, ma questa è un’altra storia).
Non intendo dividere gli amanti della rucola (talvolta più esteti del cibo che salutisti) da quelli degli hamburger e come Michelle Obama ammetto un debole per le patate fritte (cum grano salis), ma Brillat Savarin aveva ragione nel sostenere “dimmi come mangi e ti dirò chi sei”. Le nostre abitudini alimentari, mix di eredità familiare, preferenze personali, talvolta dettate da condizioni psicofisiche, dicono molto anche di uno status sociale ed economico, nostro e generale.
Un quarto della popolazione italiana è sovrappeso, metà dei nostri bambini consuma ogni giorno bevande gassate e metà di questi non mangia quotidianamente né frutta né verdura. Abbiamo tutti i presupposti per trasformarci da affezionati clienti dei colossi del junk food a meno affezionati sostenitori del portafoglio nazionale, se la misura proposta dal Ministro della Salute dovesse essere adottata. Mentre ne discutiamo, in Francia dal 1 gennaio ogni lattina di bibita gassata costa 2 centesimi di euro in più e in Danimarca merendine, patatine e snack costano 2,15 euro in più al chilo.
Noi discutiamo se il parmigiano per il suo apporto calorico, o il prosciutto crudo per il suo contenuto di sale, siano da considerarsi junk food. E non vorranno mica tassarci la Nutella, orgoglio nazionale?
Discutiamo invece di cosa fare dei 280 milioni di euro, più ulteriori 23 di risparmio sulla spesa sanitaria, che entrerebbero nella “musigna” del Governo.
Usarli a sostegno dei consumi di frutta e verdura local attraverso una riduzione del costo del lavoro di raccolta in agricoltura? Sarebbero d’accordo ad una tassa sul cibo spazzatura i cui introiti vengano spesi in questo modo 8 italiani su 10, secondo l’indagine promossa on line da Coldiretti e votata, ovviamente, da molte aziende agricole.
Intanto oltreoceano i coniugi Obama, propugnatori di “Let’s Move”, campagna contro l’obesità infantile, vengono fotografati ad ogni pubblico pasto e ogni aletta di pollo fritto e ogni frappé al cioccolato sembra far scendere la popolarità di chi un paio di anni fa aveva piantato cavoli nel giardino della Casa Bianca per dare il buon esempio. Ma gli americani, si sa, sono manichei tanto quanto noi siamo “elastici” e l’immagine di un candidato premier che addentava una pannocchia, mentre Clinton leccava un “pinguino” e Mc Cain si infilava in bocca un trancio di pizza, aveva fatto storcere il naso già nel 2008 a tutti quanti ritenevano che un Presidente dovesse stare tra la gente, mangiando come mangia la gente. Come a dire che va bene spezzare il pane con il popolo, ma meglio se si tratta di donughts e pancakes.
Ora, da noi non discutiamo dei pranzi pubblici e privati dei nostri politici, ci fa sorridere che il gradimento di un presidente possa dipendere anche dai suoi suggerimenti dietetici ad una nazione e siamo convinti di essere lontani da quel popolo per mole ed abitudini alimentari. Il che non è, ahimé, (più) così vero.
Negli Stati Uniti gli obesi sono il 25% della popolazione, in Italia un magro 10%, ma anche da noi la tendenza è in forte aumento.
Naufragano i propositi di Obama e viene da chiedersi se demonizzare certi cibi ed ancor più penalizzarne il consumo sia utile a limitarne lo stesso. E’ la solita annosa questione: l’educazione passa attraverso la proibizione? Federalimentare ed Inran sembrano concordare sulla necessità di ''educare il consumatore” ad un diverso stile di vita e certo nessuno di noi dissente, ma le campagne di educazione per rimettere in forma l’America hanno fallito. L’azione culturale non può prescindere da quella politica o il fumo non sarebbe mai diventato uno sport praticato da pochi esclusi.
Qualche mese fa Mark Bittman scriveva sul NY Times:
“Anziché sovvenzionare la produzione di cibo poco salutare, dovremmo tassare le bibite, le patatine e il cibo precotto. I proventi dovrebbero essere utilizzati per incoraggiare gli americani ad una nuova dieta rendendo il cibo salutare più conveniente e disponibile”. Certo noi non siamo l’America, un paese dove si contano 5 fast food per ogni ristorante e dove la gran parte dei junk-food addicted afferma di scegliere questo cibo perché più conveniente, ma se alla tassa sul cibo-spazzatura corrispondesse una detassazione del “cibo sano”, se oltre al bastone arrivasse la carota, questo non aiuterebbe il consumo di patata lessa anziché fritta?

Fonti: Coldiretti, “Okkio alla Salute”, NY Times 24.09.2011, “Gastronomica” 2008.

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