Una panchina, un libro
31 Gennaio Gen 2012 0926 31 gennaio 2012

“Non siamo personaggi, siamo storie”.

Alessandro Baricco, Mr Gwyn, Feltrinelli, 2011

Baricco “o lo si ama o lo si odia” ha scritto qualcuno . Forse è vero. Ma io posso dire di aver amato Mr Gwyn almeno per le prime 60 pagine. Per il resto, non l’ho odiato, semplicemente mi sono annoiata. Comunque, anche se il libro è smilzo, il bilancio non è proprio positivo.


Baricco scrive bene, anzi benissimo. In alcuni momenti, mi ha ricordato Paul Auster . Altrettanto autoreferenziale ma più avaro. Se la vera specialità dello scrittore americano è arricchire la trama con “storie nelle storie” , in Mr Gwyn tutto ruota intorno all’idea creativa originaria la cui bellezza formale è la vera protagonista del romanzo.


Jasper Gwyn è uno scrittore di una certa fama che, dopo aver deciso di smettere di scrivere, si inventa un nuovo mestiere, quello del “copista”. Per Gwyn non si tratta dell’antica attività di ricopiare i testi di altri. Bensì di eseguire ritratti in forma scritta.


Gli scrittori che fotografano minuziosamente la realtà non mancano. Lo stesso Baricco ne parla in un articolo di Repubblica dedicato al bellissimo Olive Kitteridge di Elizabeth Strout:

C' è poi questa idea di letteratura, a me estranea, che definirei così: registrare la stupefacente normalità dei viventi, con tutta l' obbiettività possibile, limitandosi quasi a fotografarla… farlo bene, e con eleganza e precisione: è una prodezza ed è qui che arriviamo alla Strout. In quel genere di equilibrismo, secondo me, lei è il meglio che c' è, morti esclusi.

Ma Jasper Gwyn ha altro in mente quando decide di fare ritratti scritti. Vuole ricostruire con le parole l’intima essenza dei suoi committenti. Progetto affascinante. Baricco inizia a svilupparlo con tocchi di vera genialità nella fase preparatoria, quando Gwyn sceglie minuziosamente i suoi strumenti ( lo studio, l’illuminazione, la musica di sottofondo ecc) e incontra personaggi memorabili come il costruttore di lampadine e la signora con il foulard di plastica. Poi però, quando il copista si mette al lavoro, lo scrittore perde il ritmo. La narrazione si inviluppa sulle strane sedute pseudo-psicanalitiche silenti attraverso cui avviene il processo di osmosi dal modello al ritrattista. Gwyn in effetti esegue dei ritratti ma questi non comportano alcun significativo passo avanti . Tanto più che non ne conosciamo il contenuto. La storia si chiude in se stessa con un finale sfilacciato, che ci lascia parecchi interrogativi.


Nelle ultime pagine lo scrittore cerca si chiarire:
Gwyn, scriveva delle storie …..scriveva un pezzo della storia, una scena, come fosse un frammento di un libro….tutti abbiamo una certa idea di noi stessi, magari appena abbozzata, confusa, ma alla fine siamo portati ad avere una certa idea di noi stessi e la verità è che spesso quell’idea la facciamo coincidere con un certo personaggio immaginario in cui ci riconosciamo…e’ quanto riusciamo a intuire di noi… noi non siamo personaggi, siamo storie.


Troppo poco. E’ come se Baricco si fosse innamorato della propria idea creativa e l’abbia coccolata a lungo, arricchendola con un contorno di particolari intelligenti e fantasiosi. Ma poi si sia scontrato contro la difficoltà di svilupparla fino in fondo.

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