Nomi, volti, incontri
2 Febbraio Feb 2012 1604 02 febbraio 2012

Celentano e la beneficenza da reality show

Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, recita il Vangelo di Matteo.
Secondo la stessa ineccepibile logica la beneficenza si fa, non si sbandiera ai quattro venti creandone evento mediatico.
L'effettivo rischio che si viene a creare è quello di una spettacolarizzazione su scala nazionale, cosa già di per sè bruttina, ma totalmente innocua se abbinata alla condizione attanagliante che la povertà impone a chi ne è vittima.

Adriano Celentano ha affidato ai sette sindaci delle principali città italiane il compito inconcepibile di selezionare altrettante famiglie bisognose, le quali saranno destinate a ricevere parte del lauto compenso originariamente destinato proprio allo sgrammaticato cantante, ora relegato al ruolo di predicatore politico per una certa sinistra.
E qui arriva il problema: come sarà possibile in città come Roma o Milano, selezionare - tra tutte le famiglie che si presenteranno - un solo nucleo verosimilmente da premiare sul palco dell'Ariston regalando così, oltre ad una discreta cifra in euro, anche il fatidico quarto d'ora di notorietà di wharoliana memoria?
Quale il criterio di scelta?
Mistero.

Fase numero due: entra in gioco la logica prettamente televisiva che ridurrà ad un patetico show anche un gesto dei più nobili che possano esistere come la beneficenza verso i meno abbienti.
La modalità di selezione delle famiglie 'vincenti' non può non ricordare sinistramente le modalità dei casting, fonte da cui l'essenza televisiva si è sempre più frequentemente abbeverata.
Il meccanismo è senza dubbio quello del più navigato dei reality show.
I format che per circa una decade hanno permesso a migliaia spettatori forniti di gusto dell'orrido (che i gusti vengano messi in discussione quando sono pessimi) di ipnotizzarsi di fronte a isole popolate da carni flaccide e case manipolate per un misterioso piacere intrattenitivo, hanno decisamente fatto il loro tempo.

L'idea di Celentano, volontariamente o meno, è un perfetto ingranaggio di nuovi meccanismi di reality.
E' infatti assai probabile che più sarà scenica la presenza delle povertà nei componenti delle sette famiglie, più sarà concreta la probabilità di essere scelti.
E' assai improbabile che un qualunque Umberto D., poverissimo ma dignitoso protagonista dell'omonima pellicola di Vittorio De Sica, abbia i requisiti per essere televisivamente rappresentabile.

Assai più adatta una famiglia numerosa per commuovere gli italiani ed innalzare la figura di Celentano a quella di un grande benefattore (Le signore vogliono commuoversi? E noi le facciamo commuovere!, insegnava Gian Maria Volontè in "Sbatti il mostro in prima pagina").
Meglio ancora, e immaginare che i magnifici sette imboccheranno questa soluzione non è un'utopia, qualcosa che metta in risalto il buonismo del progetto nella sua totalità.
E quando si tratta di buonismo, niente di meglio che una famiglia di immigrati, che fa sicuramente più scena di un qualsiasi umile italiano, essendo la plebe esterofila per definizione, ossia molto attenta alle ragioni degli stranieri ma generalmente molto poco attratta dai problemi reali del metaforico vicino di casa.

Due considerazioni finali.
Perchè Celentano, dall'alto della sua onnipotenza (ci mancherebbe), non prende in seria considerazione l'ipotesi di allargare ad 8 il circolo delle virtuose ed includere ad esempio la disastrata, stuprata ed abbandonata città de L'Aquila?
E poi, per quale motivo con i soldi che provengono anche dal mio canone Rai devo indirettamente finanziare Gino Strada, che a me sta pure sulle palle?

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