Trieste spiegata agli italiani
3 Febbraio Feb 2012 0744 03 febbraio 2012

Trieste (non) è la bora

E' solo grazie a lei che finiamo regolarmente in Tv. E' la bora, il vento che per tutta Italia è quasi il sinonimo di Trieste e che in questi giorni sta dando il meglio di sé. Ieri ha superato i 100 km/h e ha scoperchiato un palazzo delle Rive, bloccando il traffico cittadino per metà mattina. E sembra non essere finita qui: per le prossime ore, infatti, il sito del Comune invita “i cittadini che non abbiano necessità di uscire a rimanere in casa”.

La bora l'anno scorso ha raggiunto i 170 km/h. Ha mandato al pronto soccorso più di 200 persone. Ha causato danni per milioni di Euro. E infine, non contenta, ha strappato gli ormeggi all'Ursus, una gru galleggiante dei primi del '900 alta 80 metri, che ha vagato libera nel golfo fino a quando non è stata recuperata da tre rimorchiatori.

La bora soffia a refoli (ovvero "raffiche") e porta zima ("freddo" in dialetto). Ogni anno i pompieri salvano i triestini mettendo in sicurezza alberi spezzati, rattoppando i tetti e recuperando tutto ciò che il vento sposta, stacca e spacca. La bora rompe le portiere delle automobili, manda a spasso i cassonetti e getta a terra gli anziani. Ribalta i motorini, distrugge gli ombrelli e alza le gonne. Ma nonostante tutto i triestini convivono serenamente con la sua violenza. E anzi, spesso parlano della bora con malcelato orgoglio.

Il golfo di Trieste (foto: Paola Di Bella)

Quando il vento soffia al massimo i triestini impugnano la macchina fotografica e con sprezzo del pericolo (e del buonsenso) vanno a fare fotografie sul Molo Audace, il molo più lungo ed esposto ai venti di tutta la città. Gli anziani ricordano ancora le corde che fino a metà '900 venivano sistemate nelle strade per offrire sostegno ai passanti, mentre i più giovani intasano Facebook con post sul vento e relative imprecazioni. E a Trieste c'è perfino il Museo della Bora.

Tipico triestino sul Molo Audace con la bora (foto: Paola Di Bella)

Per chi ama i tecnicismi, la bora è un vento catabatico, cioè di caduta e compressione adiabatica, che soffia da Est Nord Est. In pratica l'aria artica continentale, densa e secca, quando arriva sul golfo di Trieste sostituisce l'aria marittima, aumentando così la sua velocità.

I riferimenti alla bora non mancano neanche in letteratura. Stendhal parlava di lei così:

Fa bora due volte alla settimana e cinque volte vento forte.
Dico vento forte quando si è costantemente occupati a tenere stretto il cappello e bora quando si ha paura di rompersi un braccio. Sono stato sbattuto quattro passi avanti, l'altro giorno. Un uomo assennato, l'altro anno, trovandosi alla periferia di questa piccola città, preferì pernottare alla locanda, perché non osava spingersi fino a casa. Nel 1830 ci sono state venti gambe rotte. Non esiterei a mostrare coraggio di fronte ai briganti di Catalogna; ma, signore, il vento mi dà reumatismi alle viscere.

Ma le parole che forse meglio di tutte spiegano cos'è la bora sono quelle del poeta triestino Umberto Saba:

Conosco la bora,
chiara e scura,
la detesto quando scende fuori misura
con cielo sereno.
Amo l'altra
che ha una buia violenza cattiva
Io devo recuperare la bora
oppure qui affondare
nel mio paese natale
nella mia triste Trieste
nella mia Trieste triste
che amare è impossibile
e odiare anche.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook