De Gustibus
4 Febbraio Feb 2012 0120 04 febbraio 2012

Champagne is on the table. Le nuove bollicine sono made in Britain.

Non possono chiamarsi Champagne, ma come questi, come i nostri Franciacorta e come i Cava spagnoli (che agli Champagne contendono il primo posto sugli scaffali inglesi, con un prezzo pari ad un terzo di quello dei nobili colleghi francesi) sono prodotti con metodo classico. Solo che sono “Brit” le nuove star che rendono spumeggiante il mondo del vino oltre a quello del pop.
Un centinaio le aziende, due milioni le bottiglie prodotte nel 2010. Numeri irrisori se confrontati con i 380 milioni di bottiglie di sole bollicine prodotti in Italia nello stesso anno e i 370 della Francia, ma con una crescita che si prevede esponenziale se solo negli ultimi vent’ anni i vigneti inglesi sono passati da 55 a 550 ettari.
In prima fila a sostenere la nuova wine industry inglese perfino la Regina, che, dopo aver brindato alle nozze del nipote con l’inglesissimo spumante Chapel Down, ha fatto piantare pampinei virgulti nel parco della sua tenuta di caccia.
A confortare gli altri produttori europei, a cui negli ultimi anni ha giovato il boom di spumanti e frizzanti, il fatto che la produzione inglese, proveniente da micro aziende (ma molto solidali tra loro!), solo una manciata delle quali supera i 10 ettari di vigneto, è destinata in gran parte al mercato domestico.
Causa il global warming la vite migra a nord, in cerca di climi più miti e ripopola le vigne di Galles, Sussex e Cornovaglia, le colline che guardano la Francia dall’altra parte della Manica, dove già le legioni romane al seguito dell’imperatore Adriano avevano piantato vigneti nel II sec. d. C.
Con l’introduzione del vino nel rito ecclesiastico la viticoltura si fa capillare nel sud del paese, almeno fino a che la regina Eleonora, da buona francese, non porta con sé dall’Aquitania (l’odierno Bordeaux) il Claret, divenuto il vino per eccellenza (ma allora non eccellente) degli Inglesi. La feroce campagna anticlericale di Enrico VIII fa poi crollare la viticoltura insieme ai monasteri, ma da allora gli Inglesi si rifanno, diventando i più grandi consumatori di Champagne.
Tanto è l’amore per questo vino che la produzione dei vini rifermentati in bottiglia su basi pseudo scientifiche si deve, pare, più a Christopher Merret, medico inglese, che a Dom Pérignon, monaco francese. Ed è sempre agli Inglesi che si deve l’evoluzione del metodo di conservazione: loro l’idea di chiudere con un tappo in sughero (anziché con stracci imbevuti d’olio) il prezioso liquido, come quella di produrre bottiglie abbastanza spesse da resistere alla pressione interna senza scoppiare.
Clienti tanto affezionati da spingere le maison ad inventarsi nel 1800 la versione Brut (ossia con un residuo zuccherino inferiore) proprio per venire incontro al gusto Brit, eccellenti conoscitori e da secoli tra i migliori wine merchants, gli inglesi si rivelano oggi produttori attenti e colti.
I “border wines” nati intorno al 50° parallelo, che segna oggi la nuova frontiera geografica della viticoltura nel nostro emisfero, gareggiano in freschezza e cremosità con i più blasonati Champagne, tanto da sbaragliarli in importanti competizioni internazionali. Negli ultimi sette anni a vincere per tre volte l’oro come Best Sparkling Wine in the world è stato Ridgeview con il suo Blanc de Blancs. Dal Sussex con orgoglio ben fondato, poiché l’azienda esiste solo dal 1994! Vale la pena scommettere con quali bollicine si brinderà all’inizio dei Giochi Olimpici a Londra.
D’ora in poi parlare di etichetta inglese non significherà più solo far riferimento alle loro buone maniere.


fonti: the drink business; englishwineproducers.com; vinieterroir.wordpress.com.

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