Una panchina, un libro
7 Febbraio Feb 2012 1128 07 febbraio 2012

Il passato è inflessibile

Stephen King, 22/11/'63, Sperling&Kupfer, 2011 trad. Wu Ming I

Chi pensa che questo sia un “tipico” romanzo di Stephen King si sbaglia. C’è molta fantasia, quella sì, ma non la paura cui eravamo abituati. Il viaggio nel tempo, che è l’espediente narrativo alla base del romanzo, mi ha ricordato il primissimo King, quando usava lo pseudonimo Bachman e alla fine degli anni Settanta scriveva lunghe storie ( o romanzi brevi) di stampo orwelliano.


Qualche accenno alla trama. Jake Epping, professore di letteratura inglese, protagonista e io narrante, si lascia persuadere da Al, malato terminale di cancro, a ultimare la missione che questi si è dato negli ultimi anni di vita: impedire l’uccisione di Kennedy per assicurare agli americani un Paese migliore: Salverai Kennedy. Salverai suo fratello Bob e Martin Luther King: bloccherai le rivolte razziali. E forse eviterai anche la guerra in Viet Nam. Siamo nel 2012 e il sogno assurdo di Al è reso possibile da un’ impercettibile disfunzione nel sistema temporale dell’Universo: una “buca del coniglio” che dalla dispensa della caffetteria di Al conduce direttamente al 1958. E precisamente alle ore 11.58 del 9 settembre 1958 nella stessa Lisbon, cittadina del Maine in cui Jake e Al risiedono. Si tratta quindi di scendere nella buca, sopravvivere per cinque anni nel Texas di 46 anni fa , aspettare l’arrivo di Lee Oswald, il killer di Kennedy, farlo fuori e poi rientrare velocemente a casa nel 2012. Da notare che qualunque sia la durata della permanenza nel passato, al rientro la data è sempre quella di partenza, perché il “viaggio” impiega solo due minuti del presente. E poi, se qualcosa dovesse andare storto in quel viaggio a ritroso, si può sempre azzerare il cambiamento: basta scendere di nuovo nella buca e tutto torna come nei libri di storia, a meno di nuovi tentativi di modifica. Regole chiare, ma missione solo apparentemente priva di pericoli. Perché "Il passato è inflessibile “, King non si stanca di ripetere, “non vuole essere cambiato”. E “la resistenza a ogni singola azione è direttamente proporzionale all’alterazione del futuro che l’azione produrrebbe”. Figuriamoci se l’azione è impedire l’uccisione di Kennedy.


Non voglio spingermi sulla trama al di là di queste “regole del gioco”, per non guastare con spoiler la godibilità di un libro che mantiene intatte le migliori caratteristiche del thriller. Parlo di “gioco” perchè non escludo che King, costruendo il suo affascinante concetto di “viaggio nel tempo”, si sia ispirato ai videogiochi. Quelli come “Stalingrado”, dove il giocatore ha molteplici opzioni e il copione ufficiale, scritto dalla Storia, è solo uno di quelli possibili. King parla di “effetto farfalla” per cui ogni scelta , seppur minima, si ripercuote con un impatto sempre più ampio anche a distanza di secoli:

L’idea di fondo è che, se uno uccide una farfalla in Cina, può darsi che quarant’anni dopo ( anche quattrocento anni dopo) ci sia un terremoto in Perù.


Le considerazioni di Jake/King sul tema del rapporto fra presente e passato sono state per me uno dei tratti più avvincenti del libro. Anche perché King, pur non dichiarandolo esplicitamente, ha un’idea della Storia che condivido, e cioè che questa sia fatta dai singoli e non dalla collettività. Questo convincimento porta King a escludere l’ ipotesi del complotto contro Kennedy e a “giocare” con i diversi scenari che la sopravvivenza di un uomo potente, ma pur sempre un unico individuo, avrebbe potuto aprire per l’America e il mondo.


Senza tema di guastarvi la festa, vi posso anche dire che in tutta la narrazione aleggia l’ intima nostalgia di King per il passato recente, per quell’America dei primi anni Sessanta così diversa dall’Europa di allora e dal mondo di adesso:
C’era puzza vicino alle fabbriche e nei luoghi pubblici dove tutti fumavano come matti, ma in molti posti l’aria aveva un profumo incredibilmente dolce. Incredibilmente nuovo. Il cibo aveva un buon sapore. Il latte ti arrivava direttamente sull’uscio. Dopo un periodo di lontananza dal mio computer, avevo acquisito abbastanza distacco da rendermi conto di quant’ero diventato dipendente dal fottuto arnese: passavo ore a leggere stupidi allegati alle mail e visitare questo o quel sito web, per lo stesso motivo che porta gli alpinisti a scalare l’Everest: “Perchè c’è”. Il mio cellulare non squillava mai perché non ce l’avevo più, il cellulare e quella sì era una liberazione…Nessuno si preoccupava per il riscaldamento globale o aveva paura di terroristi suicidi che dirottavano aerei per scagliarli contro grattacieli.


Certo nel 1958, specialmente negli stati del Sud, la realtà era anche quella del Ku Klux Klan e dei bagni pubblici riservati ai bianchi, ma il razzismo, insieme alle troppe sigarette, sono forse gli unici aspetti negativi di un passato che per King, e per Jake, ha qualcosa di paradisiaco. Non a caso, Jake, divorziato da una moglie alcolista, trova l’amore vero in quell’epoca. E la sua storia con Sadie è una rarissima chicca per il cultori di King, assolutamente non abituati ai sentimentalismi. Una storia d’amore comunque non scontata. Specie nel finale che segna anche la conclusione delle peregrinazioni di Jake.


Un unico caveat per il lettore: 768 pagine sono difficili da sostenere anche per un grande del thriller come King. Ci sono momenti in cui un editor coraggioso avrebbe potuto intervenire con l’accetta, soprattutto nelle circa 200 pagine dedicate alla figura di Lee Oswald. King dimostra di avere indubbie capacità di ricostruzione storica ma le troppe pagine dedicate alla scialba vita del killer, per quanto interessanti da un punto di vista documentale, rallentano il ritmo di questa cavalcata nel tempo, per buona parte avvincente e incalzante.


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