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10 Febbraio Feb 2012 1000 10 febbraio 2012

L’Internet economy porta lavoro. Il problema è che in Italia ancora non c’è

Da diversi mesi negli USA il tema più popolare tra i politici di entrambi gli schieramenti ruota attorno alle due parole: job creation. L'obiettivo di creare nuovi posti di lavoro è prioritario nell'agenda dell'amministrazione Obama e in qualsiasi amministrazione locale. Nonostante l'economia americana abbia dato segnali di ripresa negli ultimi mesi e i consumatori si siano espressi con toni molto positivi e fiduciosi attraverso gli acquisti della recente stagione natalizia, il punto debole evidenziato dall'ultima crisi economica ruota attorno alla capacità di creare velocemente nuove opportunità di impiego. Qualche timido segnale è stato registrato nelle ultime settimane. A gennaio 2012 il tasso di disoccupazione medio ha raggiunto il valore minimo negli ultimi due anni e mezzo scendendo sotto l'8.5%, media nazionale che oscilla tra il 3.3% del North Dakota e il 12.6% del Nevada.

Il settore dell'auto sembra aver recuperato parte della forma pre-crisi. General Motors (GM) ha recentemente annunciato di "vedere" a $10M di profitti all'anno, puntando addirittura ad alzare il margine nei prossimi mesi dall'attuale 6% a un più rotondo 10%. Chrysler la scorsa settimana ha riportato un profitto netto su base annuale per la prima volta dall'uscita del processo di ristrutturazione. E come visto in occasione del SuperBowl, è stata proprio l'industria dell'auto a monopolizzare gli spazi pubblicitari dell'evento televisivo dell'anno, presentando nuovi modelli e nuove tecnologie. Tutto ciò non necessariamente si traduce in posti di lavoro incrementali anche se Toyota ha annunciato che sposterà a partire da metà 2013 la produzione del Highlander Hybrid dal Giappone alla cittadina di Princeton, Indiana, creando 400 posti di lavoro incrementali, un umero che potrebbe comportare altri 1.000-1.500 posizioni esterne presso fornitori e appaltatori.

Molti si domandano quale sia l'effettivo contributo della Internet Economy oltre alla stratosferiche quotazioni in borsa, i profitti stellari, strutture fiscali mirate a ottimizzare il valore per gli azionisti e fatturato in crescita a due cifre. Legato al tema dell'impiego, crescono i dubbi e i sospetti derivanti dal trasferimento della produzione fisica in Asia in generale e in Cina in particolare. Inoltre, è abbastanza luogo comune ritenere che il passaggio al digitale comporti perdita di posti di lavoro soprattutto legati a tutto ciò che è fisico. Negozi musicali e librerie i primi due esempi più evidenti e concreti per tutti. È indubbio come molti settori e industrie stiano attraversando una fase di ristrutturazione e adattamento a un contesto esterno differente per le mutate aspettative dei consumatori e i cambiamenti tecnologici in atto. Il retail è un ottimo esempio. Ma ci sono anche risvolti positivi.

In sintesi, la Internet Economy crea valore e benefici diffusi o sono solo poche mega corporations a trarre i benefici principali? Difficile rispondere in modo puntuale a questa osservazione, ma alcune evidenze oggettive sembrano confortare la tesi che l'economia digitale sia capace di creare posizioni aggiuntive, sebbene con profilo e competenze differenti. Tre esempi concreti e di questi giorni.

Data Centers. L'incredibile mole di dati che viene prodotta ogni giorno attraverso l'uso di Internet richiede costanti investimenti in nuovi e sempre più sofisticati data centers, cattedrali di server adibiti a processare richieste di ogni genere su base istantanea. La costruzione di un data center di dimensioni medie comporta un impiego occupazionale stimabile intorno a diverse dozzine di posti di lavoro, una cifra non elevata, ma compensata dal numero di nuovi data center richiesti dall'economia digitale e dalle tasse correlate. Le previsioni negli USA indicano in 100 miliardi di dollari gli investimenti previsti per questo genere di strutture nel 2012 e ben 1.000 nuovi siti attivati nei prossimi 10 anni. Fare la matematica considerando anche l'indotto non penso sia troppo complicato.

E-commerce. Acquistare online è un'abitudine sempre più comune e diffusa anche in Italia. Le ultime stime indicano in oltre 8 miliardi di euro le spese complessive fatte dagli italiani attraverso Internet. Dato modesto rispetto ad altri paesi europei, ma in costante e sostenuta crescita. Riempire un carrello online attiva una serie di processi che culminano con la preparazione delle scatole contenenti i beni acquistati. Il tutto avviene all'interno di veri e propri templi per organizzazione, tecnologia e ottimizzazione dei processi: i fulfillment centers. Amazon.com è il più grande online retailer al mondo con un fatturato complessivo nell'ultimo trimestre vicino a diciotto miliardi di dollari. Nel corso del 2011 Amazon ha attivato una ventina di nuovi centri distributivi, la maggior parte negli USA, ma non solo visto che ne è stato aperto uno anche in Italia. In questi giorni l'azienda di Seattle è in trattative con lo stato del New Jersey ipotizzando di attivare due nuovi centri distributivi capaci di dare lavoro a 1.500 persone con uno stipendio medio stimato tra $40.000 e $50.000 considerando anche i benefici sanitari associati. Ogni centro distributivo, indicativamente, comporta la creazione di qualche centinaio di posti di lavoro, un numero non trascurabile in termini assoluti. La crescita dell'ecommerce singifica anche questo.

Software development. Lo sviluppo di applicazioni software, principalmente di apps per smartphones, ha registrato negli ultimi quattro anni un'impennata verticale come ciascuno di noi può testimoniare in prima persona. La ricerca condotta da TechNet e pubblicata a inizio febbraio indica in 466.000 nuovi posti di lavoro il numero legato alla app-economy, appunto la creazione di applicazioni per cellulari di ultima generazione. Si tratta spesso di piccole organizzazioni, molto dinamiche, agili ed efficienti. Tutte con un unico obiettivo: costruire applicazioni indirizzate all'intero pianeta e non necessariamente confinate in ambito locale. Zynga e Rovio due esempi di successo.

A queste tre macro categorie andrebbe aggiunto il cosidetto arcipelago di start-ups tecnologiche, la linfa vitale dell'innovazione tecnologica negli USA. Si tratta inizialmente di piccole strutture capaci però di assorbire giovani con spiccate competenze e professionalità, oltre a un'innata passione per l'innovazione in assoluto. Inoltre, non va sottovalutata l'azione svolta dalle amministrazioni locali per "catturare" questi business, agendo di fatto come veri e propri businessman dotati di fiuto imprenditoriale e di potere di negoziazione nell'interesse della comunità locale.

Questi alcuni numeri. Evidenze forse insufficienti per controbilanciare l'emorragia di posti in settori più tradizionali? I due centri distributivi di Amazon in fase di discussione in questo momento occupano praticamente lo stesso numero di dipendenti di Termini Imerese. Purtroppo il New Jersey non è in Italia.

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