Marta che guarda
11 Febbraio Feb 2012 1757 11 febbraio 2012

Polisse, di Maiwenn Le Besco

La domanda è: perché una donna fa un film del genere? L’altra domanda è: perché una madre, come sono io, va a vedere un film del genere?
Me lo sono chiesta mentre seguivo tutte quelle storie, me lo sono chiesta perché ho sofferto per due ore seduta su quella poltrona, e perché ci ho messo un po’ a riprendere a respirare una volta uscita dal cinema.
Polisse è una sorta di documentario sull’Unità di Protezione dell’Infanzia della Polizia di Parigi: Melissa, una fotografa molto “radical chic” interpretata da Maiwenn Le Besco, anche regista del film, viene incaricata di seguire ogni giorno le azioni degli agenti che si occupano di molestie sui bambini, di pedofilia, di violenze sui minori, di ragazzini scappati di casa e via così, a scendere sempre più dentro un incubo insostenibile, difficile da accettare come presente e vivo intorno a noi.
Tutte le storie raccontate nel film sono tratte da casi realmente affrontati dalla polizia francese. C’è di tutto: da situazioni tristemente “tipiche”, che si leggono troppo spesso sui giornali, ad abusi che ti lasciano a bocca aperta perché nemmeno lasciandoti andare all’immaginazione più morbosa li avresti pensati mai.
Ci sono casi nati in un ambiente di profondo degrado sociale e altri, disgustosi, ben protetti dalle pareti di palazzi nobiliari (e ci sono, ahimé, due pesi e due misure nella maniera di affrontarli).
Ci sono aborti come colpi di accetta nella tua pancia di donna, bambini di pochi mesi vittime di mostri o di altre disperazioni, ragazzine sedicenni che farebbero di tutto per uno smartphone. E già qui c’è materiale per cento film.
Ma Maiwenn non si accontenta ed entra nella vita e nella personalità di ognuno degli agenti che fanno parte della squadra. Te li fa conoscere per quello che sono, non eroi, ma uomini e donne anch’essi pieni di problemi, induriti da un mestiere che ti apre le porte dell’inferno.
Non riesci ad amarne quasi neanche uno, per la durezza con cui interrogano, per il coraggio sfrontato di ridere di fronte a una ragazzetta perduta, ma sei spesso toccata dalla compassione e forse, ogni tanto, anche dalla gratitudine. Cerchi di capire quei loro modi al limite del sopruso, ma fai fatica. Non ci sono parole, come non ne ha Melissa, che li osserva muta, quasi congelata. Ma che alla fine li sceglie, abbandona la finzione protettiva e borghese del luogo da cui proviene per immergersi in una realtà dove non sono tutti belli, puliti ed eleganti, dove si suda e si puzza e si grida e si piange e si balla goffi sotto luci squallide e dove a volte è talmente dura guardarsi in faccia (e dentro) che si preferisce morire.
È che alla fine Melissa sceglie, si innamora della Verità. Ed è proprio l’amor di verità che deve aver spinto Maiwenn a girare questo film durissimo, mai edulcorato, mai celebrativo (ma ricco di una sensibilità e di uno sguardo attento ai dettagli di un gesto, di uno sguardo, di un dolore ben nascosto, che solo una donna poteva farlo così).
Deve essere stata una sua necessità profonda di guardare dentro la parte oscura della vita che ci scorre accanto e in cui inciampiamo, magari senza saperlo, senza accorgercene. Ed è lo stesso motivo per cui io sono andata a vedere questo film, perché preferisco sapere, conoscere, forse un po’ anche capire. Nonostante la paralisi del mio repirare.

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