Fatti di Scienza
13 Febbraio Feb 2012 1156 13 febbraio 2012

Anche gli scienziati boicottano

Dopo le piazze delle città di mezzo mondo, si trattasse di indignati o del movimento figlio di Occupy Wall Street, da qualche settimana una protesta contro meccanismi economici ritenuti iniqui colpisce anche il mondo della ricerca scientifica. Non si tratta della rivendicazione di condizioni salariali o di lavoro migliori, ma dell'esplicita rischiesta di un gruppo di oltre cinquemila ricercatori di tutto il mondo, tra cui anche decine di italiani, di boicottare il colosso dell'editoria scientifica Elsevier.

In un momento di generale difficoltà economica, i firmatari della petizione che è diventata nota come The Cost of Knowledge (Il prezzo della conoscenza) sostengono che i prezzi delle pubblicazioni dell'editore olandese, tra i colossi dell'editoria specializzata con in catalogo riviste di riferimento come Cell e The Lancet, siano troppo alti, ma soprattutto ingiustificati. Il lavoro di peer-review, la revisione tra pari, fondamentale nel processo di pubblicazione degli articoli scientifici, viene fornito anonimamente da ricercatori che conoscono l'ambito di ricerca degli articoli che valutano, ma soprattutto gratuitamente. Se dal punto di vista della trasparenza questo assicura una garanzia di imparzialità, dal punto di vista dell'editore si tratta di lavoro gratis. A questa accusa, Elsevier ha ribattutto che i costi di pubblicazione e distribuzione delle loro migliaia di rivista specializzate sono enormi.

Ma come si domanda Sylvie Coyaud, se i costi sono davvero così alti, da dove saltano fuori i profitti? Andando a vedere il bilancio di Elsevier del 2010, si scopre infatti che il profitto è stato di 724 milioni di sterline, cioè circa il 36% del fatturato. Non solo, Elsevier è proprio una delle società più in salute di tutto il gruppo che la controlla. Un profitto che secondo i firmatari della petizione è iniquo, considerando che oltre a fornire una parte di lavoro editoriale a titolo gratuito, quelle riviste specializzate pubblicano i risultati di migliaia di ricerche che vengono in buona parte finanziate con denaro pubblico. Senza questi contenuti, quelle pubblicazioni non avrebbero alcun peso.

La protesta, che originariamente è partita dal blog del matematico britannicco Tim Gowers, uno che nel 1998 ha ricevuto la medaglia Fields (l'equivalente del Nobel nella matematica), se la prende anche con i pacchetti di abbonamenti che Elsevier spingerebbe le università a sottoscrivere. Un singolo abbonamento può costare diverse migliaia di euro l'anno, ma le riviste che una biblioteca può aver necessità di avere in catalogo per fornire ai propri ricercatori ciò di cui hanno bisogno per essere aggiornati sui propri ambiti di ricerca possono essere migliaia, portando i costi a cifre davvero importanti. Spesso, quindi, le università si vedono costrette a comperare "pacchetti" di abbonamenti a molte riviste per contenere i costi, ma trovandosi così in casa montagne di riviste di scarso interesse, che servono solo ad aumentare il numero delle copie vendute, accanto a quelle che invece contano davvero.

In più, agli occhi di Gowers e gli altri, Elsevier ha commesso il peccato madornale di fare lobbying presso il Congresso degli Stati Uniti per fare passare leggi ritenute di limitazione della libera circolazione dell'informazione, come il famigerato SOPA e i suoi simili. Tutto questo mentre da un decennio c'è almeno un esempio di sistema alternativo all'editoria scientifica classica. E' il caso, per esempio, della Public Library Of Science, un'organizzazione nonprofit che pubblica diverse riviste scientifiche online a libero accesso. Il modello dell'open access scelto da PLOS è stato un successo tale che le PLOS One e PLOS Biology hanno presto visto crescere il proprio prestigio fino al rango di punti di riferimento.

Altro esempio. Soprattutto nell'ambito della fisica si è da tempo consolidato il ruolo di arXiv.org, un repository on line gestito dalla Cornell University che permette di pubblicare gratuitamente pre-print, ovvero i risultati di ricerche scientifiche che non sono ancora stati validati dalla peer-review. E' un modello leggermente diverso da quello di PLOS: i ricercatori possono pubblicare i risultati dei propri lavori in modo che siano accessibili a chiunque e chiedendo alla stessa comunità di pari di valutarli. E' successo, per esempio, con l'annuncio dei risultati dell'esperimento OPERA, quello che riguardava i neutrini più veloci della luce. Nell'impossibilità di capire autonomamente se questo risultato era una rivoluzione nel campo della fisica o si trattava di un abbaglio, i ricercatori dell'esperimento hanno deciso di mettere tutto su arXiv.org e chiedere ad altri scienziati di fare le pulci.

Come ha giustamente fatto notare il direttore di LeScienze, Marco Cattaneo, ai microfoni di Radio3Scienza, Elsevier non è sicuramente l'unico editore privato e profit di questo settore (vale la pena almeno ricordare il Nature Publishing Group, che pubblica Nature, una delle più antiche e importanti riviste scientifiche), ma è stato scelto dai contestatori per le sue dimensioni come simbolo di un'editoria che si è fermata a una ventina d'anni fa, quando l'accelerazione dell'informazione che stiamo ancora sperimentando non era che agli inizi. Ma soprattutto quando modelli di pensiero diversi, come l'open access e PLOS, non avevano ancora preso una forma concreta. (marco boscolo)

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