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14 Febbraio Feb 2012 1505 14 febbraio 2012

Professore, dove sei? Un'analisi letteraria delle canzoni in gara a Sanremo

L'anno scorso vinse un cantautore, Roberto Vecchioni. Con "Chiamami ancora amore", il Professore conquistò pubblico e critica grazie ad una canzone dal testo semplice, forse un po' retorico, ma d'impatto e poetico. Fu il trionfo della lirica sulla musica. Un'eccezione, nella storia di Sanremo. Basti vedere la fine che, negli ultimi anni, hanno fatto le canzoni con i testi migliori: La Cometa di Halley di Irene Grandi, nel 2010 fuori dai primi quattro posti o Il Paese è reale degli Afterhours, eliminata al primo round nel 2009 (salvo poi conquistare il premio della critica "Mia Martini").

Stavolta, molto probabilmente, non sarà tempo di eccezioni. Non perché sappiamo già chi vincerà, niente previsioni azzardate - ma perché, nelle canzoni in gara, non ce n'è nemmeno una in grado di gareggiare a parole con la lezione accademica presentata dal Professore dodici mesi fa. A dirla tutta, tra le liriche presentate dai quattordici big, sono ben poche quelle che si salvano. Un paio. Tutto il resto è noia, o quasi. Ecco quindi un'analisi dei testi dell'edizione del Festivàl più chiacchierato d'Italia, divisi in tre categorie: bocciati, rimandati e promossi.

I BOCCIATI

Come direbbe Baudo, Sanremo è Sanremo. E cosa sarebbe Sanremo senza una buona dose di canzoni d'amore? Quest'anno il Festival comincia pure il giorno di San Valentino. E manco a dirlo, l'amore - autentico, simulato, mai cominciato, appena interrotto, disperato - è la tematica più gettonata. Nella rete dei cuori infranti, anche stavolta, cascano in parecchi. Profondità liriche da romanzo Harmony per i Matia Bazar: "Se tu, sei tu, sei tu che mi hai rubato il cuore / Guardo nello specchio, senza più un perchè / Cado nella notte, che assomiglia a te". Noemi trascrive il diario delle elementari: "Tu sei stanco di tutto e io non so cosa dire / Non troviamo il motivo neanche per litigare / Siamo troppo distanti distanti tra noi / Ma le sento un po' mie le paure che hai". Stesso (basso) standard poetico per Nina Zilli e la sua "Per Sempre": "Le parole tue mi hanno fatto male / ma tanto vale che stavolta sia per sempre". Patisce il Festival anche Chiara Civello, abituata a ben altri palcoscenici come pianista jazz: "Seguo la mia sensazione, qualcosa già esiste / che io voglia o no / c'è un'emozione che aspetta soltanto / i tuoi baci per crescere un po'". Roba da rimpiangere quando scriveva in inglese.

Il testo proposto da Arisa ("La Notte") è all'insegna dello sbadiglio: "Non basta un raggio di sole in un cielo blu come il mare / perché mi porto un dolore che sale". Nemmeno Loredana Bertè - meglio sola che male accompagnata da Gigi d'Alessio - ci convince. "Respirare", scritta da Vincenzo d'Agostino, il paroliere napoletano autore per lo stesso D'Alessio e per Anna Tatangelo, non scatena entusiasmi: "So di farmi male / Male non mi fa / Voglio stare sola / Così mi va". Piattume di livello assoluto. A portarsi a casa il cucchiaio di legno è però Emma Marrone. La trionfatrice della nona edizione di Amici, già dal titolo della canzone, sembra volersi scusare: "Non è l'inferno". Non basta. Il brano, a metà tra l'impegnato e la denuncia sociale, è di livello molto basso. Il testo, scritto da ben sei mani, è un'arringa da mercato, infarcita di luoghi comuni e di un lessico sciatto: "Ho dato la vita e il sangue per il mio Paese e mi ritrovo a non tirare a fine mese". Da popstar da tubo catodico a novella Joan Baez, il passo è troppo lungo.

I RIMANDATI

Ovvero: canzoni che hanno testi mediocri, ma potrebbero essere riabilitate dalla "prova su strada". Tra i rimandati ci sono alcuni artisti eccellenti. In primis i Marlene Kuntz, la cui "Canzone per un figlio", a livello di liriche, è una mezza delusione. Sarà per le aspettative suscitate da un fine autore come Godano, sarà perché la band cuneese è riuscita, nella sua carriera, a dare vita a canzoni sì pop, ma accompagnate da liriche estremamente poetiche. Stavolta invece il testo non convince. Il focus si perde tra troppi soggetti e stucchevoli assonanze: "La felicità sorride attonita / Con ingenuità e un largo brivido / Alla bellezza eterea che sa incantare / E alla poesia che ci fa sentire la forza della bontà". Vedremo come la interpreteranno dal vivo. Discorso simile vale per Dolcenera, definita "in splendida forma vocale" da chi ha seguito le prove generali di ieri. La sua "Ci vediamo a casa" vola "dalle cattedrali ai monolocali" in maniera caotica, mescolando aforismi sulla realtà ("questa confusione di dubbie opportunità") a frasi adatte al prossimo romanzo di Moccia ("Come sarebbe bello potersi dire non vedo l'ora di vederti amore").

Quella della strana coppia Dalla-Carone (quest'ultimo già vincitore a Sanremo nel 2010, come autore della dimenticabile "Per tutte le volte che..." di Valerio Scanu) è l'unica canzone in gara a raccontare una storia: la protagonista è Nanì, una prostituta. La tematica è interessante, lo svolgimento letterario un po' acerbo. E la struttura a filastrocca, con la ripetizione "Nanì, Nanì, Nanì" all'inizio di ogni strofa, stanca. L'ode alla bellezza di Francesco Renga ("La tua bellezza") non entusiasma ma è elegante, di piacevole lettura e ha il suo apice nella seconda strofa: "Stanno rotolando amore mio / Queste stagioni / Come sassi in un torrente / Come fanno i nostri sogni / Se la tua bellezza è / Furiosa e nobile / E' qualcosa che somiglia alla parte migliore di me". Rimandata, infine, anche Irene Fornaciari, cui Davide Van De Sfroos rifila uno dei suoi peggiori testi. "Il mio grande mistero" è infatti ben lontano dai picchi poetici toccati dal cantautore laghée nei suoi dischi.

I PROMOSSI

Eccoci infine ai promossi. Il "premio della critica" va a Eugenio Finardi e alla sua "E tu lo chiami Dio", canzone scritta dalla cantautrice molisana Roberta di Lorenzo. Il testo del brano, all'apparenza molto semplice, riesce a colpire nel profondo. La canzone ha una struttura ascendente che sublima nel ritornello, dove un verso condensa tutto il senso della canzone: "E tu lo chiami Dio / Io non dò mai nomi / A cose più grandi di me".

Il testo migliore lo firma invece Samuele Bersani. Che prende uno degli oggetti simbolo del nostro Paese, il pallone, e lo trasforma con sagacia lessicale nel protagonista di una serie di avventure metaforico-esistenziali. Con la consueta ironia, Bersani racconta il declino dell'oggetto sferico, che "dalla noia di un prato all'inglese" finisce tra "le ruote dei camion che in mezzo alla strada lo sfiorano appena". Fino alla fine: quando, bucato da una scheggia di vetro, "non è più di nessuno, anzi viene scansato da tutti i bambini e lasciato ingiallire nel fumo". Una lunga metafora, mai banale e molto ben scritta, che parla della vita e delle sue miserie.

"Un pallone" ha il testo più bello, ma probabilmente non vincerà. Perché? Perché Sanremo è Sanremo.

Leggi tutti i testi qui.

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