Massimo Famularo
Apologia di Socrate
19 Febbraio Feb 2012 0945 19 febbraio 2012

Descrescita ed altre strane idee

Di recentemente sembra che il fascino della decrescita abbia valicato il tradizionale ambito della sinistra ambientalista per diventare un'idea alla moda. Peccato che sul tema si offrano sempre buone intenzioni e generiche dichiarazioni di intenti e mai dettagliati argomenti che sia possibile discutere nel merito.

Parlando dell'ultimo libro di Serge Latouche sul Fatto Quotidiano Stefano Feltri afferma:

L’idea che mi sono fatto è che la decrescita oscilla tra due poli: quello del banale buon senso e la deriva totalitaria.

Personalmente ho i miei dubbi anche sul primo polo, rappresentato, sullo stesso giornale da Maurizio Pallante e Andrea Bertaglio, questi ultimi affermano ad esempio nel loro ultimo post cose tipo

L’indebitamento complessivo dei paesi industrializzati, rispondono gli autori del volume, è necessario per assorbire la produzione crescente di merci che altrimenti rimarrebbero invendute.
(...)
la concorrenza internazionale impone alle aziende di investire continuamente in innovazioni tecnologiche che accrescono la produttività, che consentono cioè di produrre quantità sempre maggiori di merci con un numero sempre minore di occupati.
(...)
Ma se si riduce il numero degli occupati, si riduce il numero delle persone provviste di reddito, per cui la crescita del debito è diventata indispensabile per sostenere la domanda. Il meccanismo della crescita e l’incremento della competitività sono la causa della crisi in corso. >>

A parte che l'affermazione della crescita dell'indebitamento andrebbe qualificata e quantificata (in termini assoluti? Relativi? Rispetto a cosa?) e che il nesso causale tra crescita della competitività e crisi è tutto da dimostrare (dopo averlo però logicamente impostato, cosa ben diversa dal dire che chi perde il lavoro automaticamente si indebita per consumare...) l'aspetto più fuorviante è la visione dell'economia come una sorta di complicato meccanismo ottocentesco fatto di pesi e di contrappesi.

Ma la gente, se decide di comprare qualcosa a rate lo fa perché lo vuole e lo sceglie liberamente o per "assorbire merci che altrimenti rimarrebbero invendute"? E chi gli fa credito, lo fa perché intende guadagnarci e ritiene ragionevolmente probabile rientrare del credito concesso o perché deve mantenere la domanda che a sua volta deve mantenere l'offerta?

A mio modesto avviso prima di dire che un sistema NON funziona, e di proporre soluzioni alternative sarebbe opportuno capire bene COME funziona ed eventualmente argomentare opportunamente DOVE è sbagliato.

Non approfondisco oltre (l'ho fatto in parte qui e qui e qui ) per concentrarmi sul piatto forte: la decrescita.
Pallante e Bertaglio scrivono ancora:


In altre parole occorre uscire dalla logica quantitativa nella valutazione della produzione e utilizzare criteri di valutazione qualitativi. Non proporsi di produrre di più, ma di produrre quello che serve.

Chi lo decide quello che serve? Come si stabilisce e misura la qualità? Basta dire che il fotovoltaico inquina meno di una centrale a carbone? No, non basta dirlo.

Perché, magari la centrale a carbone esiste già e produrre e trasportare una quantità di pannelli solari tali da produrre una quantità equivalente di energia finirebbe per inquinare più che tenere in vita la centrale che esiste. Certo, se nessuno si prende la briga di fare i conti della serva, rimangono comode prese di posizioni tipo solare buono, petrolio cattivo e, naturalmente, nucleare pessimo.

Ma lasciamo perdere il freddo calcolo economico e limitiamoci a considerare: perché mai per inquinare meno o per salvaguardare l'ambiente dovrebbe essere necessario consumare di meno?

Non è ben possibile consumare una quantità infinita di libri aggiuntivi, senza abbattere un albero né inquinare, perché li si consuma in formato digitale senza stamparli? Non posso lavorare 2 ore in più al giorno, senza spostarmi fisicamente generando inquinamento aggiuntivo, perché mi collego col PC da casa?

Questo per non parlare dire che,se ci fossimo posti l'obbiettivo di produrre esclusivamente quello che serve, non avremmo né i PC, né i telefoni cellulari, per il banale motivo che non avremmo potuto valutarne l'utilità prima della loro diffusione in massa (alcuni beni diventano più utili per il singolo se li possiedono molte altre persone).

Un'impresa investe e cerca di innovare perché si aspetta che i suoi prodotti possano essere consumati nella più ampia misura possibile: che fine fa l'innovazione in un mondo che si propone l'obbiettivo di decrescere?

Provo a concludere con un paragone: supponiamo che un individuo pesi 37kg all'età di 10 anni che che per la sua statura e costituzione questo peso sia appropriato. Supponiamo poi che lo stesso individuo all'età di 40 anni pesi 80kg. Un teorico della decrescita felice salta fuori e sostiene che non è pensabile che il peso di questa persona cresca all'infinito, che stava molto bene quando pesava 37kg e che bisogna ragionare in modo serio per una graduale riduzione del peso. Volutamente nulla ho detto di quanto è alto e di quale costituzione fisica abbia l'individuo all'età di 40 anni.

Funziona il ragionamento? O c'è qualcosa che non va?

Le tesi a sostegno della decrescita non sono significativamente più dettagliate del mio paragone: se nessuno si prende la briga di quantificare quale dovrebbe essere il “peso” ideale dell'economia, non si capisce su quale base sarebbe opportuno decrescere piuttosto che rimanere fermi o crescere ancora.

Anche il vincolo delle risorse è troppo generico per essere rilevante: un tempo consumavamo cavalli per spostarci, oggi non lo facciamo più e grazie all'innovazione (finanziata in base al presupposto di consumi futuri) possiamo spostarci di più inquinando di meno e consumando meno risorse. In molti casi, grazie alla tecnologia possiamo fare a meno del tutto di spostarci.

E quindi? Se si può rispettare l'ambiente senza diventare francescani non è meglio? Se non ho un chiaro punto di rifermento, rispetto a cosa dovrei propormi di decrescere?


La settima proposizione del tractatus di Wittgenstein recita:

Wovon man nicht sprechen kann, darüber muß man schweigen.

Che letteralmente vuol dire:
Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

PS
La principale “licenza divulgativa” di questo pezzo sta nel fatto che il peso è uno stock, ossia una grandezza misurata in un dato istante, mentre la crescita è una variazione, cioè la differenza tra due misure della stessa grandezza in istanti di tempo diversi. Tuttavia ragionare di variazioni può apparire complicato e mi auguro che il paragone possa servire a comprendere meglio la tesi di fondo: non ci sono validi motivi per sostenere che l'economia dovrebbe smettere di crescere e iniziare a contrarsi.

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