Iran Ora! – notizie e retroscena da Tehran
19 Febbraio Feb 2012 1144 19 febbraio 2012

Quell'humus democratico che non dobbiamo ignorare

Molti blog tra cui questo, si sono divertiti a prendere in giro la Repubblica Islamica per il ridicolo show organizzato in occasione del 2 febbraio, anniversario del ritorno di Khomeini in patria dopo gli anni di esilio. Non sono stati solo gli osservatori esteri a stupirsi di una cosa tanto strana, anzi. Sono stati soprattutto gli iraniani a ribellarsi alla pietosa messinscena.

La cosa interessante è che l'autorità non è stata insensibile alle proteste e questo mi fornisce la possibilità di mostrarvi come essa non sia del tutto insensibile alle proteste che vengono dal basso, in particolare se le proteste vengono amplificate dalla Rete. Ma andiamo con ordine.

Ogni anno il primo febbraio segna l'inizio dei dieci giorni di festeggiamenti per la fondazione della Repubblica. Ogni anno la storia viene raccontata da capo.Quel giorno Khomeinì arrivò da Parigi, andò dritto al cimitero a rendere omaggio ai morti della Rivoluzione. Lì annunciò che avrebbe presto istituito un governo di transizione.

A destra, la foto originale dell'arrivo di Khomeinì. Come vedete, a sinistra, c'è un'altra foto con meno persone. Cos'è successo? Le persone mancanti sono state giustiziate nei mesi successivi per volontà di Khomeinì e quindi cancellate dalla narrativa ufficiale*.

La celebrazione tenutasi il primo febbraio di quest'anno è riuscita a comunicare agli iraniani quanto vuota fosse diventata questa ricorreza: è stato costruito un cartone a grandezza naturale (anzi, un po' più grande del naturale) di Khomeinì ed è stata riorchestrato il suo arrivo in aeroporto. Le foto parlano da sole: il cartone è stato trattato come se si trattasse di Khomeinì stesso, con tutti i riguardi.

La riproduzione in cartone di Khomeinì fa il suo "arrivo" all'aeroporto, salutato dall'esercito iraniano.

Come hanno reagito gli iraniani? "Scioccati, confusi", racconta il blog Didaar. "Appena ho visto queste fotogragie, ho telefonato a Tehran per sapere cosa diceva la gente. Mia madre, che ha passato la gioventù a difendere e supportare Khomeinì e sarebbe stata pronta a morire per lui e per i suoi ideali, stava tremando per l'orrore e l'incredulità. Mi ha detto che tutta la cerimonia non era altro che la mera venerazione di un idolo e che il governo così facendo aveva deprivato il popolo del proprio leader rivoluzionario."

Una donna iraniana sostenitrice di Khomeinì. Sullo sfondo le folle di sostenitori.

Un altro cartone con l'immagine di Khomeinì "prende il thè" con altri politici iraniani, il primo febbraio 2012.

Molti iraniani si sono ribellati a questa rappresentazione dello storico leader e si sono fatti sentire tramite internet e con telefonate di protesta. L'ondata di indignazione è stata così violenta e inaspettata da costringere i canali di stato a non mandare più in onda i filmati del cartone di Khomeinì, mentre i giornali online oscuravano le foto dell'evento (troppo tardi, si erano già diffuse su blog e giornali di tutto il mondo).

Gli iraniani hanno reagito perlopiù facendo girare in Internet le canzoni, gli slogani, citazioni di Khomeinì... nelle quali però la parola Khomeinì era stata rimpiazzata dalla parola "Cartone". Naturalmente sono intraducibili, Didaar scrive "ho passato tutta la sera a leggerli, stavo morendo dal ridere!". Altri si sono affidati alle immagini, e possiamo capirle anche noi, guardate qui sotto.

"Cosa c'è dietro Khomeinì?"

Ahmadinejad tira un rigore, il portiere è il Leader Supremo Khameneì. Chi sono i difensori?

L'effetto della reazione del pubblico dimostra che gli iraniani hanno in qualche misura la possibilità di influenzare i media e i politici e ci permette di non essere del tutto pessimisti su un futuro democratico del paese. Sebbene la sovrastruttura sia debole (alle elezioni si accede solo se vieni approvato dal Consiglio degli Esperti, un po' come in Italia) in Iran c'è un fertile humus democratico, una società civile che discute e che all'occorrenza si ribella. Con efficacia, direi, finché il governo non reagisce con la violenza.

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