Nel mirino
22 Febbraio Feb 2012 1551 22 febbraio 2012

Volevate un po’ di realtà? Eccovela: i fotografi di guerra muoiono. R.I.P. Rémi Ochlik

Rémi Ochlik - Libyan rebel fighters sing and celebrate as they lose their position in the key oil town of Ras Lanouf - 11 March 2011

Mi interrogavo sulle polemiche che girano sul web da quando sono stati pubblicati i vincitori del World Press Photo quando ho letto che Rémi Ochlik, (vincitore del primo premio nella sezione delle general news del WPP) è stato ucciso in Syria.

Rémi Ochlik aveva 28 anni ed è morto mentre faceva il suo lavoro e cioè documentare e trasferire a noi la sua esperienza di quanto sta accadendo in Syria.

Probabilmente avrei aspettato il week end comme d'habitude per scrivere il mio punto di vista su tutte le polemiche attorno al WPP, ma la morte di Rémi mi ha fatto venire un moto di rabbia e di urgenza di esprimere la mia opinione.

Questi bravissimi reporter rischiano la vita tutti i giorni per darci un pezzetto di un puzzle complicatissimo e impossibile da raccontare nella sua interezza, non da 1 immagine né da 100 .

Rémi Ochlik - A funeral in the cemetery of the rebel stronghold city of Benghazi, Libya - 21 March 2011

Credevo che da tempo si fosse accertato che la fotografia non è la promessa della verità anzi, invece c'è ancora chi si aspetta questo, anche fior di intellettuali che criticano e pontificano, ebbene a queste persone io consiglio di guardare solo fototessere e ingrandimenti di globuli rossi se vogliono la verità perchè la fotografia, quella vera, quella che parla della gente, dei problemi, delle emozioni, quella che comunica, è un racconto, un'interpretazione e non sarà mai la verità assoluta.

Il fotogiornalismo è cambiato negli ultimi dieci anni, è vero, e forse è il caso di accogliere questo cambiamento. Si è liberato da canoni estetici molto rigidi che volevano che fosse il più possibile “piatto”, “formato fototessera”, illustrativo, il meno interpretativo possibile.

Ma come può una fotografia non essere interpretativa? Nel momento stesso in cui il fotografo inquadra sta interpretando, decidendo che storia raccontare a seconda di cosa lasciare dentro e fuori dall'immagine.

Rémi Ochlik - Fighters believed to be pro-government mercenaries and snipers are captured by rebel fighters in the Tripoli neighborhood of Abu Slim during the final resistance of Gadaffi loyalist forces - 25 September 2011

Pensate alla differenza fra un'ansa (una velina, una notizia d'agenzia) e un fondo su un giornale.

Le fotografie non sono veline, non sono anse, sono come i fondi, raccontano un punto di vista personale.

La fotografia non è mai obiettiva, ma è piuttosto soggettiva.

I fotoreporter non sono degli schedatori senza anima, forse dovremmo rivedere le nostre aspettative rispetto a cosa intendiamo per fotogiornalismo e cosa ci aspettiamo da questo genere fotografico.

I tempi sono cambiati, quante milioni di immagini abbiamo visto ormai? Quante centinaia ogni giorno? E le immagini scattate con i telefonini? Come possiamo credere che questo non abbia modificato profondamente il modo di fare e leggere le immagini?

Tutto quello che viviamo viene filtrato e accolto dalla nostra mente in base alla nostra conoscenza pregressa, e questo vale non solo per le immagini ma anche per il linguaggio. Se io dico “sedia”, ognuno di voi avrà un'immagine mentale di una certa sedia, data dalla conoscenza delle sedie che ha avuto nella sua vita, in egual modo se un occidentale guarda la foto di Samuel Aranda, foto dell'anno secondo l'ultima edizione del World Press Photo, ci vedrà un chiaro riferimento alla Pietà di Michelangelo. E con questo? Qual'è il problema?

Sia chi la foto la fa che chi la legge, è per forza influenzato dal proprio bagaglio culturale, dal proprio archivio di immagini mentali ed essendo ormai quest'ultimo ricchissimo diviene quasi impossibile non trovare citazioni e rimandi ad altre references visive iscritte nella nostra cultura.

Credo di non poterne più di sentire il termine “estetizzante” associato negativamente alla fotografia.

estetizzante 1 (agg.) Participio presente di estetizzare. Che ostenta raffinatezze di modi, di gusti: artista e. || Caratterizzato da estetismo; ispirato all'estetismo: maniere estetizzanti

estetizzante :CHE OSTENTA UNA RAFFINATEZZA SPESSO ESAGERATA


Mi chiedo in che modo la foto di Samuel Aranda, o quelle di Rémi, e di tutti i principali fotoreporter contemporanei possano essere definite estetizzanti.

Pensate che ostentino una raffinatezza esagerata?

Non credo proprio, semplicemente dobbiamo fare i conti con un genere fotografico che è cambiato, e sembra essersi assunto la responsabilità fino in fondo e in modo chiaro di non essere più solo documentaristico ma interpretativo.

Perchè mai poi un'immagine “giornalistica” non dovrebbe avere un alto contenuto estetico?

Come ho detto anche nel mio ultimo post quello che porta a “la fotografia” quella con la F maiuscola è un'insieme di fattori, fra cui oltre all'esperienza che il fotografo ha della situazione che sta vivendo tanto da sentire e capire quando intorno a sè si sta componendo l'immagine, c'è anche il proprio bagaglio culturale e visivo, oggi come non mai ricchissimo di riferimenti.

Il dibattito è sempre positivo, mi farebbe piacere però ogni tanto leggere qualcosa di nuovo, qualcuno ad esempio che si interroghi anche positivamente sul cambiamento del fotogiornalismo, sulla dignità di queste figure che dedicano la loro vita a questa professione così difficile e poetica in condizioni di lavoro che sono diventate ormai disumane: si scatta e nello stesso tempo bisogna fare editing e mandare le foto ai giornali, caricarle su ftp, madare mail, e se la connessione internet non funziona, non si dorme nemmeno, per giorni, settimane, e in questo stato questi grandi professionisti ci raccontano comunque la loro versione dei fatti che non ha mai preteso di essere confusa con la verità assoluta.


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