Il picchio parlante
28 Febbraio Feb 2012 0905 28 febbraio 2012

L'incapacità nel gestire un patrimonio: il turismo in Italia

L’industria del turismo rappresenta uno dei pochi settori nei quali l’Italia ha immense potenzialità inespresse. Il nostro Paese gioca ancora un ruolo di rilievo a livello globale, anche se la crisi economica e la mancanza di scelte strategiche, hanno inciso negativamente sulla capacità di attrarre turisti. Negli ultimi anni infatti, la perdita di appeal ha portato l’Italia a perdere posizioni nelle graduatorie mondiali del UNWTO (Organizzazione Mondiale del Turismo), dove i maggiori competitor europei come Spagna e Francia hanno fatto registrare risultati migliori, ed anche Turchia e Russia stanno sottraendo sempre più quote di mercato.

Il turismo, la principale industria italiana. Il turismo, complice la grave crisi dell’industria manifatturiera, è diventata la principale industria italiana e svolge a tutti gli effetti il ruolo di traino dell’economia; contribuisce a quasi il 10% del Pil, con circa 1 milione di posti di lavoro, e grazie all’indotto arriva al 15%, con picchi di oltre 2 milioni di lavoratori impiegati, anche se la maggior parte con contratti a prestazione occasionale o, peggio ancora, come lavoratori “a nero”. Eppure, solo nel 2010, c’è stato un calo di pernottamenti quantificabili in 58 milioni di notti in meno, che hanno fatto perdere circa 6 miliardi di euro. Anche le spiagge italiane non erano affollate come negli anni passati, complice anche il caro traghetti, che ha penalizzato soprattutto la Sardegna e il prezzo della benzina ai massimi storici. Nei primi 6 mesi del 2011 inoltre, il trend non ha entusiasmato i commercianti e gli albergatori che chiedono maggiori attenzioni da parte del governo Monti.

Patrimonio artistico non sfruttato. E pensare che nessuno al mondo può vantare un patrimonio artistico e culturale come il nostro, che conta oltre 9mila luoghi d’interesse tra monumenti, aree archeologiche e musei, oltreché essere leader mondiale per quanto riguarda i siti dichiarati Patrimonio Mondiale UNESCO. Il problema però è che non siamo stati in grado di gestirli e valorizzarli, e così nel tempo hanno guadagnato la ribalta i musei abbandonati, le zone archeologiche prive di manutenzione, gli scavi di Pompei che perdono pezzi di storia giorno dopo giorno. Il Ministero dei Beni e Attività Cultuali nell’ultimo triennio ha dovuto scontare tagli per quasi 1,5 miliardi di euro, e questa criticità si è tradotta soprattutto nella scarsità numerica del personale e nella ancora più ristretta formazione dello stesso; basti pensare che in media, si investe circa 1 euro di formazione per ogni addetto impiegato nel settore, e con i “veterani” che approdano in pensione altri pezzi di professionalità si disperdono inesorabilmente, visto che non vengono adeguatamente sostituiti.

Per il triennio 2012-2014, il Ministero ha stanziato poco più di 250 milioni di euro per opere di intervento strategico e di restauro, ma gran parte di questo (85 milioni) è assorbito dalle sole Toscana e Lazio, lasciando così poco più di qualche briciola alle restanti 18 Regioni, che dovranno fare i salti mortali per continuare a tutelare e valorizzare il rispettivo patrimonio. Da considerare poi, che altre nazioni europee, pur avendo un patrimonio molto più ridotto rispetto a quello italiano, riescono a garantirsi introiti di gran lunga maggiori: è il caso della Gran Bretagna e della Germania, che talvolta registrano il doppio del nostro fatturato in quanto a Musei e Gallerie, semplicemente perché sono efficaci nel gestire ciò che hanno a disposizione.

Servizi inadeguati. Se il patrimonio rimane – seppur nei limiti di gestione – uno dei pezzi pregiati che favoriscono l’approdo dei turisti, tra i punti di debolezza invece figurano la scarsa offerta ricettiva, che si traduce spesso in una gestione familiare delle strutture alberghiere. Gli hotel a gestione familiare difficilmente adottano progetti di ampio respiro. Dagli anni 2000 poi, la competenza legislativa in materia di turismo è stata demandata alle Regioni, per cui c’è anche un certo dualismo tra i diversi enti di governo che complica la situazione dal punto di vista amministrativo. Allora è fondamentale puntare l’attenzione sugli strumenti adatti per migliorare la fruizione e la gestione delle risorse.

Ritornare a crescere puntando sul web. Potrebbe essere il web a venire in soccorso del settore turistico italiano. L’e-tourism ha un tasso di crescita superiore al 25%, e sempre più persone cercano informazioni sui siti web, dove il potenziale turista prende visione delle caratteristiche del luogo, fa una dettagliata comparazione dei prezzi, venendo in sintesi a conoscenza delle particolarità che più possono attirare l’interesse. Anche qui si concentrano le maggiori possibilità d’intervento, tramite una presenza costante sui social network dove si possono capire e monitorare gli interessi degli utenti, anche grazie alla creazione di originali community che mettano in stretto contatto viaggiatori ed operatori turistici. Perché il turismo non è solo domanda (e offerta) di beni e servizi ma il saper mettere a disposizione esperienze turistiche ampie, coinvolgenti, che sappiano rendere partecipe il turista in modo da lasciare ben impresso il ricordo dell’avventura, e da li coinvolgere sempre più persone cui far ammirare i prodotti turistici nostrani, le caratteristiche tipiche dei luoghi, emozioni, sapori e tradizioni del nostro patrimonio.

Articolo originariamente pubblicato su Diritto di Critica

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