BENVENUTI AL NORD
29 Febbraio Feb 2012 1630 29 febbraio 2012

Un’Italia consapevole sa che sull’asse nord-sud c’è un problema

Uniti per dogma o per convinzione? Con l’uscita della Lega dal Governo il tema della secessione sembra essere passato un po’ di moda. Mario Monti porta avanti una politica unitaria che sta riuscendo, fra le altre cose, a ridare un posto all’Italia nello scacchiere internazionale, doppiando il grande sforzo fatto dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, con i festeggiamenti per i 150 anni dall’unità del Paese. Ma il tema rimane senz’altro sotto traccia, in particolare perché la nostra economia continua a fare fatica, e giusto in questi giorni è stato chiarito, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il 2012 sarà un anno di recessione. Nello scenario complessivo non si possono infine ignorare i sondaggi che danno in grande ascesa i movimenti “separatisti” sia in Settentrione che in Meridione. Le imprese del Nord danno segni di stanchezza, mentre il Sud continua a stentare, e ci sono almeno tre regioni che sembrano essere preda della malavita organizzata. In questo quadro, più che la secessione, parola “violenta” che implica il desiderio di una parte di staccarsi dall’altra, si fa spazio un’altra ipotesi: una divisione consensuale. I sostenitori di questa ipotesi ritengono che, in questo modo, il Nord affrancato dal peso storico di dover reggere la crescita di tutta la Nazione potrebbe senz’altro innestare un ciclo virtuoso, mentre il Sud potrebbe attuare delle politiche monetarie e fiscali differenti, non essendo più costretto a essere imbavagliato in un modello unitario. Il recente caso della divisione fra Repubblica Ceca e Slovacchia ha ad esempio portato maggiori benefici a quest’ultima, che era la parte meno progredita dell’Unione. È un’ipotesi provocatoria. Sappiamo perfettamente che in quel caso si parla di due popoli uniti per forza, per di più di etnie differenti. Tuttavia, la questione non va elusa (come spesso accade nel nostro Paese) e va presa seriamente: perché non esaminare la questione senza blocchi morali e false pruderie? Esaminando non il tema di uno strappo bensì più semplicemente l’ipotesi che le differenze siano più delle uguaglianze, e che in fondo il vero collante sia l’Europa Unita. Probabilmente alla fine dell’analisi saremo ancora più felici di stare insieme, ma per volontà e non per obbligo, come invece spesso è sembrato in questi 150 anni.

Auro Palomba

Sintesi dei contributi

Italia 150 occasione mancata
di Giuseppe Berta, docente presso l’Università Bocconi

Le celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia non hanno contribuito a rendere evidenti le difficoltà che oggi il Paese sta attraversando. In occasione del centenario dell’Unità, invece, il Paese aveva di fronte un obiettivo, conscio della propria storia eppure teso a un futuro in cui i traguardi ancora da raggiungere apparivano rilevanti, e s’inserivano in una più ampia narrazione. Le recenti celebrazioni, al contrario, non hanno aiutato a focalizzare la crisi che oggi il Paese sta vivendo, né i percorsi per uscirne. Sarebbe stata un’occasione preziosa per affrontare nodi spinosi e disegnare un’idea condivisa di futuro.

Dopo l’Unità d’Italia: l’Italia o le Italie?
di Vincenzo Boccia, presidente di Piccola Industria Confindustria

La debolezza che caratterizza lo sviluppo del Mezzogiorno non è una condizione immutabile, ma affonda le proprie radici nella storia di un Paese che ha raggiunto l’unità politica, ma non quella economica. La divisione del Paese, però, non può essere la risposta. La sua storia è costituita da apporti essenziali da parte di uomini del Sud, e le lacune che oggi il sistema economico italiano sperimenta sono lacune che riguardano l’intero Paese, proprio perché Nord e Sud sono legati da interdipendenze consolidate. La stessa dimensione nazionale oggi appare non più sufficiente per affrontare grandi sfide; è necessario allora pensare in prospettiva europea affinché l’Italia possa fare quel salto di qualità che fino ad oggi non è ancora riuscito.

Crisi, Europa, Unità d’Italia dopo 150 anni
di Massimo Deandreis, SRM – Studi e Ricerche per il Mezzogiorno

Le interconnessioni tra l’economia del Centro-Nord e quella del Sud sono più solide di quelle che legano il “sistema Paese” ai partner dell’Unione europea. Da questo punto di vista, l’economia del Sud è un importante mercato di sbocco per l’offerta proveniente dal Nord del Paese, in misura maggiore di quanto non avvenga per i concorrenti esteri. Questa unità di fatto, però, sarà tanto più solida quanto più definito sarà il futuro assetto europeo. In questo senso, sarà necessario fornire risposte alla crisi che tocca le tre dimensioni che per loro natura sono espressione della sovranità dello Stato: la moneta, il bilancio pubblico e il debito pubblico. Altrimenti la crepa sarà non solamente europea, ma minerà anche i sistemi statuali.

A chi convengono due Italie?
di Riccardo Illy, presidente Illy Group SpA

L’Italia rimane un Paese duale: le fratture che dividono il Nord e il Sud non sono state ricomposte e i processi in atto non paiono ancora in grado d’invertire la rotta. Il divario riguarda non la sola dimensione economica, ma anche quella più ampiamente sociale. Data questa situazione, sarebbe semplice ipotizzare la divisione in due del Paese come soluzione conveniente a entrambe le macroaree. Il problema, però, sta nell’incapacità dell’Unione europea di perseverare nel percorso d’integrazione perseguito negli ultimi anni. Da questo processo anche l’Italia potrebbe derivarne benefici consistenti, ed è in questo processo che il Paese dovrebbe investire, più che nella divisione del Paese stesso. In caso contrario, anche le regioni del Nord potrebbero trovarsi in una situazione peggiore di quella attuale.

Non c’è Nord senza Sud
di Carlo Trigilia, docente presso l’Università di Firenze

Il problema centrale cui fornire soluzione per avere uno sviluppo più solido è dato dalla crescita del Mezzogiorno. Questa crescita dovrà essere autonoma e in grado di sostenersi autonomamente nel lungo periodo. Nei fatti, si tratta di un tema affrontato finora poco più che da un punto di vista retorico, un tema che la crisi ha acuito e riproposto urgentemente. Per poter competere, le imprese dovranno così essere accompagnate da un abbattimento della pressione fiscale e contributiva ma, perché ciò avvenga, sarà necessario che lo sviluppo del Paese sia meno squilibrato di quanto è stato fino ad oggi. Occorre quindi avviare una strategia vera per lo sviluppo del Sud, capace di andare oltre i fallimenti del passato.

Scarica il file completo:

http://www.fondazionenordest.net/UpLoads/Media/NL_1_2012.pdf




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