Mercato e Libertà
1 Marzo Mar 2012 1025 01 marzo 2012

ICI alla Chiesa: per equità o per non tagliare la spesa pubblica?

La decisione del governo di introdurre nel decreto liberalizzazioni l’ICI o l’IMU anche per le attività non esclusivamente commerciali della Chiesa ha ricevuto il benestare dei partiti e della CEI e si appresta ad essere approvata in commissione Industria del Senato. Sulla questione è stato scritto molto e l’opinione pubblica si è divisa in due fazioni che, nel dirsi favorevoli o contrarie, hanno spesso mancato il punto dell’imposta immobiliare, riducendo il dibattito a una questione di fede e laicità.

Al di là di qualsiasi giudizio sull’imposta, dovrebbe apparire evidente l’intento squisitamente politico della mossa di governo e partiti: colpire dove più si concentra l’odio sociale per trarre consenso e mostrarsi al paese come gli oppositori di ogni privilegio. La stessa CEI, conscia del malcontento diffuso verso una Chiesa sempre più percepita come una casta di intoccabili, ha preferito fare buon viso a cattivo gioco e avvalersi della mossa per placare il dissenso.

L’argomentazione più in voga tra i fautori della posizione del governo si fonda sul sentimento egalitario: reputano corretto che a pagare debbano essere tutti, Chiesa cattolica compresa. Starebbe bene se tale posizione non si reggesse soltanto su un miope ideale di uguaglianza che, a ben guardare, non si traduce in alcun guadagno per la cosa pubblica. Occorre infatti chiedersi quale impiego avranno i soldi che dovrebbero entrare nelle casse dello Stato per conto dell’ICI alla Chiesa. Senza un serio piano di tagli netti e decisi alla spesa pubblica, partendo anzitutto dagli sprechi della pubblica amministrazione, quella ricchezza sottratta a tante attività che, a onore del vero, creano comunque un business e impiegano migliaia di lavoratori, servirebbe soltanto a pagare poche briciole degli interessi sul debito pubblico; interessi che, senza i suddetti tagli, tornerebbero subito a crescere, rendendo ancora più vano l’intento dell’imposta.

Non si tratta qui di parteggiare per i cattolici, che pure sbagliano a difendere lo status quo parlando solo di beneficienza e volontariato, come se non fosse palese che molte attività non colpite dall’imposta sono costituite a scopi di lucro. Piuttosto, il punto è che se al posto della Chiesa ad essere esentata fosse una qualsiasi altra categoria sociale, l’estensione dell’imposta non gioverebbe comunque al bene comune.

Far credere ai cittadini che l’ICI alla Chiesa sarebbe di qualche aiuto alla drammatica situazione economica in cui versa il paese significa prenderli in giro. Allo stesso modo, sostenere come gli “egalitaristi” che l’uguaglianza nella vessazione sia preferibile alla disuguaglianza nella libertà vuol dire farsi prendere in giro da governanti che hanno trovato, ancora una volta, l’ennesimo espediente pur di non applicare tagli drastici ed evidentemente impopolari alla spesa pubblica e ridurre finalmente la nostra pressione fiscale che si attesta tra le più alte al mondo.

L’imposta comunale sugli immobili è un tributo vessatorio che colpisce beni già acquistati e su cui sono già state pagate le tasse. Estendere a tutti una vessazione che colpisce gran parte della popolazione anziché abolirla, pur di appellarsi a un astratto principio di uguaglianza sociale, è tipico di un paese sovietico e non di una democrazia occidentale.

In questo senso la mossa particolarmente azzeccata del governo di introdurre l’ICI sugli immobili della Chiesa non differisce dall’accanimento su taxi, farmacie e ordini professionali. Posto che anche tali categorie devono rinunciare ai privilegi e aprirsi al mercato, far finita che il marcio del paese sia concentrato tutto lì è un’astutissima scusa per rinviare il problema di agire anzitutto sulle grandi macine della spesa pubblica: gas, poste, servizi pubblici locali, ferrovie, demanio, pubblica amministrazione.

Molti ricorderanno l’ampio consenso tratto dai provvedimenti dei governi Prodi e Berlusconi volti ad abolire l’ICI. E’ sconfortante notare come oggi, a distanza di pochi anni, anziché osteggiarne la reintroduzione, ci si accontenti che a pagarla sia anche la Chiesa.

Daniele Venanzi
twitter@danielevenanzi

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