The Jerk
Bollito duro
2 Marzo Mar 2012 2246 02 marzo 2012

La TAV, i NOTAV, il treno, il progresso e l'anarchia.

Francobollo commemorativo di Big John Henry

“Quando il merci delle 3 e 12 per Spokane arrivò allo scambio di Meriwether Est, il macchinista azionò la sirena e lasciò sfuggire un lungo gemito lamentoso nell’aria umida e gonfia di neve della seconda tempesta d’autunno del Montana occidentale. Ricordava dannatamente la prima nota di una ballata di Hank Snow. Fu allora che estrassi il cavo di alimentazione da sotto il juke box e infilai la spina della prolunga. Quando lasciai cadere una moneta da venticinque nella fessura, il grosso arnese ruttò, i tubi fluorescenti al neon ammiccarono dolcemente nella notte e la locomotiva sembrò assestarsi più saldamente sulle rotaie della ferrovia.”

Incipit de “L’anatra Messicana” di James Crumley.

Il brano del libro dell’immenso James Crumley, di cui parlerò un’altra volta, c’entra poco con quanto scriverò qui sotto. Però parla di un treno e siccome i treni mi son sempre piaciuti e quanto dirò c’entra coi treni, ve l’ho piazzato in fronte.
Alcuni pensieri rapidi e tagliati con l’ascia sulla vicenda TAV e NOTAV.
Io, lo confesso, provo prurigine per il “popolo NOTAV” e per tutti i latranti, incipriati, cantori della bellezza dei resistenti. Ma, porco di un boia, resistenti a cosa? A un tunnel che gli passa profondamente sotto al culo? Al porsi come arginanti dighe contro un progresso corruttore? E poi, in nome di chi?
A me il fatto che tra un po’ d’anni una bella fiotta di merci possa andare su ferro piuttosto che su gomma, fa piacere. E, di tutte le orge di numeri di espertissimi esperti disinteressati disinteressatissmi, me ne faccio una pippa: nella mia ignoranza so che, in casi come questi, si può dire tutto e il contrario di tutto.


Detto questo, qualche pensiero sul treno e sulla violenza alla parola “anarchia” che si fa in questi casi.
Il treno, a me, rimanda immagini di progresso, dinamismo, riduzione delle distanze tra paesi, città, popoli e persone. E i binari, ogni volta che li vedo, mi fanno pensare a distanze lontane ma colmabili, a mete distanti ma a portata di mano. E poi, se penso al treno, mi viene in mente “La Locomotiva” di Guccini, in cui il “mostro strano” dispiegava una potenza rivoluzionaria che sibilava ai contadini curvi l’urlo di trionfo della giustizia proletaria. Ma penso anche a uno dei miti fondativi popolari degli U.S.A., John Henry, l’uomo martello narrato nel bel libro di Colson Withead “John Henry Festival”, che con la sua forza bruta spesa per costruire ferrovie e scavare gallerie ha messo un tassello per emancipare i neri d’America. Quindi, io tifo per il treno. E per le gallerie.

Infine, un pensiero sull’anarchismo. Basta, ignoranti, a usare in ogni dove il termine anarcoequalcosa, ogni qual volta qualche orda di idioti, codardi, fancazzisti, inizia a tirar sassi, sfasciar vetrine, imbrattare muri, menare mani, qualche volta piazzare bombe. Basta, per favore.
L’anarchismo vero è una cosa seria. Il grande Giancarlo De Carlo spiegava che “l’anarchia non è mai uno stato. È una tendenza”; una tensione utopica, intima, mentale; sempre pacifica, in ultima istanza. Leggetevi Toesca, Kropotkin, Bookchin. Loro, probabilmente, alla TAV si sarebbero opposti, mica dico il contrario. Però non si sarebbero né coperti la faccia per tirare pietre, né appesi come stupidi primati a un palo dell’alta tensione, né messi in mostra davanti a una telecamera per fare i giullari della rivoluzione della pecorella. Avrebbero cercato, per quanto nelle loro forze, di plasmare le coscienze; facendo capire che – a volte – la rivoluzione sta anche nella democratica accettazione dell'esser minoranza che, dopo la battaglia, ingurgita e digerisce un nobile compromesso. Burp

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook