Mambo
10 Marzo Mar 2012 0851 10 marzo 2012

La Fiom è un sindacato vero, il Pd non se lo può dimenticare

Ci chiederemo ancora a lungo se il Pd ha fatto bene o ha fatto male a disertare la manifestazione dei metalmeccanici di ieri. Come è noto Bersani aveva chiesto ai suoi dirigenti di tenersi lontani dalla piazza e i giovani dirigenti della segreteria, Stefano Fassina e Matteo Orfini, che avevano in un primo tempo annunciato la loro presenza, si sono poi tirati indietro dopo la prevedibile partecipazione alla manifestazione operaia dei No Tav. Sul piano politico immediato la decisione del Pd appare rispettabile, “non possiamo sostenere un governo e contemporaneamente una manifestazione che ne contesta l’esistenza e le scelte fondamentali”, sul piano strategico invece è giusto avere molti dubbi. Il piano strategico è definito dal problema dei rapporti con la classe operaia di fabbrica e con il suo sindacato più forte e rappresentativo.

Allora conviene mettere in fila alcune questioni. La prima è che la Fiom, comunque la si pensi sulle scelte di schieramento del suo attuale leader, è un sindacato vero con il quale è necessario avere un rapporto. In secondo luogo la condizione di fabbrica è ormai diventata un oggetto misterioso nei media ma chiunque abbia rapporti con il mondo del lavoro sa che essa si è aggravata, vive il perenne ricatto della disoccupazione, si traduce in condizioni di lavoro spesso inaccettabili, soffre di continue limitazioni all’attività sindacale e politica. In terzo luogo la Fiom è il principale antagonista che Marchionne ha di fronte a sé. Nel mondo politico l’uomo forte della Fiat gode di molti consensi ma senza la Fiom, è un parere personale, se ne sarebbe già andato dall’Italia. Non c’è stato finora nessun partito politico e nessun governo che sia riuscito a strappare qualche impegno serio della Fiat a restare in italia.

Marchionne è un giocatore di poker che tiene nascosto quell’asso, cioè il disimpegno dall’Italia, che butterà sul tavolo quando potrà dimostrare di essere costretto alla fuga. Il mondo Fiom, con tutte le sue contraddizioni: cioè con quella sua tendenza a diventare soggetto interamente politico, con quel suo aggregare ogni tipo di movimento antagonista, è costituito da operai in carne e ossa che si trovano sulla trincea più sanguinosa dello scontro sociale in Italia. Il rapporto con gli operai e con le fabbriche è un punto di snodo di ogni strategia della sinistra. Scusate se continuamente faccio riferimenti al passato, ma solo così si capisce l’oggi. Nella storia recente gli operai sono stati considerati la classe dir riferimento della sinistra. Persino l’industrializzazione disordinata e selvaggia di parti del Mezzogiorno, le cosiddette “cattedrali nel deserto”, è stata motivata dalla necessità di arricchire il panorama sociale con la nascita di questo soggetto sociale considerato di per sé moderno.

Da lungo tempo, da ben prima cioè della crisi del 2008, il tema della produzione e del lavoro di fabbrica sono stati considerati secondari rispetto ad altre scelte di investimento e ad altri soggetti sociali. La crisi attuale riporta però il tema al punto di partenza. Non ci sarà più un ‘Italia competitiva se non si riprende la strada della sua capacità di produrre merci e servizi all’altezza delle nuove sfide della globalizzazione. Nasce da qui il ragionamento attorno all’ ri-orientamento della nostra economia e anche il tema di una riforma del mercato del lavoro che possa creare “più” e “buon” lavoro e possa attirare investimenti interni e esteri. Per fare tutto questo c’è bisogno della classe operaia e del suo sindacato. C’è chi pensa che invece per fare questo bisogna sfiancare gli operai e espellere il suo sindacato dalle fabbriche. Spesso questa operazione viene condotta in nome dei non garantiti, come se i precari e i disoccupati siano vittime dei miseri salari operai e della loto volontà, e diritto, di essere difesi in fabbrica come nella società. Si tratta di polemicuzze da quattro soldi.

E’ rispetto a questi temi che il Pd deve dare una risposta. E’ qui che deve trovare un punto di dialogo con la Fiom per evitare che questa, nel suo isolamento dal mondo politico parlamentare, tragga le ragioni per aggregare solo il mondo degli scontenti e i radical di professione. Ecco perché trovo che la polemica sulla Tav o sulle parole di Paolo Flores D’Arcais non siano sufficienti per prendere le distanze dalla Fiom. Spesso a questo sindacato si oppone quello tedesco o americano. A parte le storie differenti dei diversi movimenti, bisogna solo riflettere sul fatto che se c’è un ritardo culturale nel sindacato italiano, cosa che io penso, e una sua minore disponibilità ad affrontare questioni nuove, questo dipende anche dalla sordità del mondo politico e dei governi. In quale paese al mondo sarebbe accettabile che la sua più grande impresa tenga con il fiato sospeso l’intera economia nazionale? Solo rispondendo a questa domanda potremo essere esigenti con Landini.

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