Il Bureau
12 Marzo Mar 2012 1246 12 marzo 2012

I 10 video musicali che vorresti dimenticare

Gli anni ’80 e ’90 si possono sommariamente definire come i decenni d’oro dei video musicali. Un ventennio in cui le vendite discografiche aumentavano e si moltiplicavano i supporti. E la richiesta di nuovi spazi di visibilità era filtrata dalle strette vie di comunicazione che terminavano nei tubi catodici.

Ma allo stesso tempo erano anni di forti evoluzioni nel gusto, nelle mode e nelle tendenze. Non ancora (per fortuna?) rapidamente catalogate e brandizzate come accade oggi.

Anni in cui si assisteva alla nascita e successivamente alla proliferazione delle prime tecniche digitali, che iniziavano a insidiare le metodologie più tradizionali di ripresa montaggio e post produzione video.

Tutto questo, frullato dal vortice dell’industria discografica, con le pretese di autodeterminazione artistica di musicisti che non si limitavano alla musica, appunto, ma pretendevano a volte di ergersi a artisti completi, ha prodotto quanto sotto.

Un piccolo, incompleto, decalogo dei peggiori video musicali.
Per libera associazione di stili e generi.

Falco - Der Kommissar (1982)

L’acidità del decennio tirava brutti scherzi. Ci si può immaginare la riunione creativa per la stesura dello screenplay. Tra movenze equivoche, fermo immagine impressionistici e un look disco-punk, la perla del video è decisamente al 2’53’’. Quando, evidentemente, il girato dell’auto della polizia termina, rendendo inutile la simulazione della fuga di corsa.
Rientrati dal trip, ci si accorge di quanto il tempo voli e le mode passino.

Marillion - Kayleigh (1985)

Il video clip con la band che suona è da sempre un espediente per mettere a proprio agio gli artisti, non sempre idonei a ruoli di attori in contesti recitati.
Questo video dei Marillion lo dimostra in pieno. Non aiuta certo l’estetica di Fish, protagonista della parte teatrale del viedeo. Forse prodotto con le migliori intenzioni. Ma il risultato sono scene con atmosfere tendenti al penale, insignificanti piano sequenza da soap opera cotonata, e un generale problema di editing e sincronismo.
Epici gli unisono in playback di Fish bambino e adulto (l’ossessione si sa nasce da piccoli...) e i trench dei protagonisti. Tra l’altro tenere entrambe le mani nelle tasche del trench può dare una cattiva idea del gesto che si sta compiendo.

David Lee Roth - Just Like Paradise (1988)

Vabbè.
Se poi al look ’80 si aggiunge l’esuberanza del personaggio in questione. La chitarra cuore è un tocco di classe tra le scene di climbing e le capriole fuori tempo sul palco.
Irripetibile.
Attenzione. Compaiono i primi effetti “futuristici” nelle scene rallentate.

Jagger / Bowie - Dancing In The Street (1985)

Morte prematura della stylist.
Cecità fulminante del coreografo.
Fuga dalla civiltà del Location Scout.
Sono le tre piaghe che devono aver colpito questo duo di icone pop rock per produrre questo risultato indecente. E per far fare una figura di merda a questi due, ci si deve impegnare.

Mr. Big - Wild World (1994)

Le nuove tecnologie fanno capolino, e l’art director non ha proprio resistito alla tentazione di mettere la rosa nella chitarra. Sentimentalismo ligneo.

Ma, dopo l’evoluzione metaforica sulla pericolosità del mondo con la sequenza nubi - lampi - pioggia - luna - fulmini (finti) - occhio, si è forse lasciato prendere la mano con i pesci nella rullante, gli occhi nei tom e il cielo nel basso.
Un’occasione così quando gli ricapitava?

Faith No More - Epic (1992)

Qui non manca nulla. Proprio nulla. Fulmini digitali, fiamme, pioggia ed esplosioni. Forse i primi plug in di post produzione erano arrivati la settimana prima e andavano testati.
Se non altro distolgono dal balletto di Patton con i guantoni da pugile e la maglia di Zoidberg nella sua esperienza da figlio dei fiori.
Alla fine un pesce rantola sulla spiaggia. Ma tanto esplode il piano.

Meat Loaf - Rock n Roll Dreams Come True (1994)

La Jolie (Angelina), prigioniera di questa sfarzo faraonico della bestia Meat Loaf. Il trionfo dell’inutile e del kitsch, in una produzione degna di Cleopatra (il kolossal). Cercate nel video tutti i punti dai quali spunta il faccione deforme di Polpettone. Esce facendo esplodere un jue box per strada.
Se non lo avete capito il video è un tentativo di esplicitare il concetto che la musica salva dal male.

Bruce Dickinson - Tears Of The Dragon (1995)

Per il suo esordio solista, l’allora ex Iron Maiden non si fa mancare niente. Singolone epico in puro stile metal ballad. E il video cita tutti gli stilemi del caso. Il problema è che probabilmente nemmeno Bruce ci crede più ormai. E così i riferimenti fantasy sono da circo di provincia, l’esoterismo da autogrill, le citazioni gotiche da Disneyland. E il tutto raggiunge l’apice, inarrivabile, nella scena del tuffo nell’onda, letterale trasposizione del verso “I throw myself into the sea”. In 20 cm di sea.
Ma il fenomeno non poteva essere relativo alla sola musica angolfona. I nostri italici eroi non sono stati da meno nel corso degli anni.

Litfiba - Spirito (1994)

Qui per lo meno il video rende giustizia alla canzone. Il cattivo gusto unisce le immagini alle note di questo singolone di un gruppo che per anni fu la bandiera della new wave italica di qualità, e non appena sfiorò la notorietà vera vomitò su noi tutti tutta la sua tamarragine in modo imbarazzante.
Imbarazzo che si può riscontrare nell’ombelico di Piero Pelù, così ostinatamente esposto.
E viene in mente, guardando questo tizio dimenarsi fuori tempo sulla “sua” Firenze, il momento in cui qualcuno propose di riprendere la città in elicottero, Pelù su un green screen (con ventilatore a simulare il vento), ottenendo persino consensi.

Rats - Chiara (1993)

Ma l’apice viene raggiunto dai Rats. Con il singolo con cui si fecero conoscere.
Il viedo è una “interpretazione” di 'Wild at Heart' di David Lynch. O per meglio dire, sono alcune scene del film rigirate pedissequamente con attori della provincia padana.
Il fatto che la band abbia sentito la necessità di inserire dei commenti al video in cui spiega tutto, non fa che lasciare due amare consapevolezze. Che probabilmente in questo paese siamo tutti messi male da diversi punti di vista, e che la vita da musicista è davvero roba per gente dura.
Giuro di non aver nessun legame di parentela con il regista.

Nicola Cappelletti

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