Multitalians
12 Marzo Mar 2012 1207 12 marzo 2012

Sarkozy e le promesse svantaggiose

Pacta servanda sunt. Gli antichi romani lo dicevano ai nemici nel momento di imporre loro la resa e un’alleanza forzata. Ma lo ripetevano implicitamente a loro stessi. Gli accordi vanno rispettati. Sia da chi li riceve, come condizioni preconfezionate di politica estera. Sia da chi li ha scritti. Sarkozy ieri ha detto che il Trattato di Schengen va rivisto. Troppo tardi? Troppo elettoralmente tardi! Parigi tenta una nuova rotta in materia di immigrazione e integrazione. Il presidente sente il fiato di Marine Le Pen sul collo, la quale protesta per la troppa carne halal macellata in Francia e intanto erode l’elettorato di destra che potrebbe tornare utile a Sarko a maggio. Troppo tardi per chiudere le frontiere e ripudiare Schengen. Troppo tardi perché certe decisioni possano davvero spostare i voti a favore dell’attuale inquilino dell’Eliseo.
Puntare il dito contro gli immigrati ha un senso. Tatticamente però. Nicolas Sarkozy è libero di abbracciare razzismo e xenofobia, propri del Front National, e scommettere sulla destra borghese e provinciale dell’Esagono. Il problema è che così le preferenze restano ingessate. La destra, a questo punto sempre meno moderata, prende molti voti oggi che domani potrebbero sparire. Strategicamente, infatti, è un piano che fa acqua un po’ da tutte le parti. Prima è la questione etica. «Fuori gli immigrati dalla Francia!» Non si dice. Soprattutto se si è il presidente di una nazione che, ormai un secolo, fa il pieno di immigrazione e che, grazie agli stranieri, ha costruito un edificio culturale esemplare per tutti. L’Eliseo ha un’immagine. Il primo a doverla rispettare e promuovere è il presidente.
Seconda cosa: in Francia gli stranieri sono ormai di terza o quarta generazione. Non sta scritto da nessuna parte che votino tutti contro Sarkozy. Anzi. Lo straniero di fede islamica e praticante si trova più a suo agio a parlare con politici cattolici, o comunque conservatori, anziché con laici o addirittura atei. È vero: è nel Dna delle tante anime democratiche l’apertura dei confini. Ma lo straniero, una volta sbarcato in Europa, è posto davanti a questioni morali (divorzio e aborto) che per fede non sono fonte di discussione. Il che potrebbe avvicinarlo alle linee più tradizionaliste della politica europea. Questo vuol dire che Sarko sarebbe ben in grado di ricevere preferenze dalle comunità algerine e marocchine. Il fatto è che, dando addosso all’immigrazione più recente, taglia i ponti con tutte le realtà straniere integrate. Esempio: in un cittadino francese, nato a Lione da genitori di Casablanca, che si vede espulso il cugino appena arrivato dal Marocco a Marsiglia, scatta quell’appartenenza di sangue che gli impedisce di votare Sarkozy. E quindi non vota.
C’è poi la questione di Schengen. L’accordo è del 1985, quindi una revisione ci potrebbe anche stare. Ma non che Parigi decida per via unilaterale di tirarsene fuori. Peraltro una mossa del genere l’aveva fatta già de Gaulle con la Nato. E dopo cinquanta e passa anni di ibridi imbarazzi – allineamento politico, ma non militare – è stato proprio Sarkozy rientrare nell’alleanza. La Francia o sta nei ranghi dell’Ue o da sola non ce la fa. Pacta servanda sunt, appunto. Ma non per correttezza verso i partner comunitari, bensì per opportunismo. È vero: il tema immigrazione va rivisto. A Bruxelles però. Senza tanti vincoli elettorali, ma con quel coraggio che il presidente francese dice di avere. Soprattutto ora che i flussi dal Nord Africa sono in crescita. Questi, piaccia o no, non si possono fermare con slogan.

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