Verde Matematico
14 Marzo Mar 2012 1240 14 marzo 2012

Uganda, un popolo in bilico tra petrolio e moderne colonizzazioni

Fino al 2006 l’Uganda era un Paese con un economia in prevalenza basata su agricoltura e terziario e apparentemente privo di rilevanti risorse nel sottosuolo. Nel giro di pochissimi anni, in seguito alle esplorazioni petrolifere nella regione del Lago Alberto, iniziate nel 2006, l’Uganda si è trovato a dover negoziare con le compagnie petrolifere internazionali i diritti di estrazione sulle sue abbondanti riserve di petrolio.

Una situazione molto delicata quindi, già vissuta in situazione di inferiorità da altri Stati africani, con risultati assolutamente negativi per la popolazione locale. Sono casi esemplari la Nigeria, l’Angola e il Gabon, nei quali la scoperta del petrolio ha accentuato disparità e povertà.

Tutto ha avuto inizio nel 2006, quando la compagnia petrolifera anglo-irlandese Tullow Oil ha investito circa 1 miliardo di dollari nell'esplorazione di petrolio e gas in Uganda, portando alla scoperta di oltre un miliardo di barili di riserve di petrolio e ponendo l’Uganda tra i primi 40 paesi al mondo per riserve di petrolio accertate.

L'esplorazione è finora stata condotta solo su una frazione del territorio, il 40% della regione del Lago Alberto, proprio al confine con la Repubblica Democratica del Congo. Ma secondo i geologi del governo ugandese incrementando l’attività esplorativa, le riserve potrebbero raggiungere i 6 miliardi di barili. Per capire l’imponenza della stima basta pensare che gli Stati Uniti hanno riserve accertate per circa 20 miliardi di barili.

Nel mese di febbraio 2012 la Tullow Oil ha completato la vendita del 66% delle licenze, per totali 2,9 miliardi dollari, alla società francese Total e alla cinese CNOOC. Sono previsti ulteriori investimenti per tre miliardi di dollari entro il 2015. Le tre compagnie petrolifere prevedono oltre all’incremento dell’attività estrattiva, ance la costruzione una raffineria e di un oleodotto lungo 1.300 chilometri per l’esportazione del petrolio.

Secondo la Banca Mondiale i possibili ricavi dall’olio nero ugandese sarebbero pari a oltre un miliardo di sterline all’anno (1,3 mld di sterline). Va detto che attualmente la popolazione ugandese vive in media con 1,5 dollari al giorno, con il 35% della popolazione sotto la soglia di povertà e un indice di sviluppo umano è pari a 0,49, al 146esimo su 177 Paesi nel mondo. http://it.peacereporter.net/mappamondo/paese/35

È chiaro quindi che gli accordi che verranno conclusi sono cruciali per la popolazione: se i proventi del petrolio venissero equamente distribuiti (sorvolando in questa sede sulle considerazioni legati all’opportunità che lo sviluppo di un Paese sia collegato all’estrazione di petrolio e sugli impatti ambientali) la popolazione potrebbe lentamente affrancarsi da questa situazione di assoluta povertà.

Ma i rischi che non vada così sono evidentemente molto alti. L’Uganda ha un 'indice di democrazia' molto basso, occupa il centesimo posto mondiale secondo la classifica stilata dall’Economist, e non è considerato un regime autoritario per il semplice fatto che si effettuano le elezioni multipartitiche dal 2005. Ma è un dato di fatto che l’Uganda ha da oltre 25 anni lo stesso capo del governo, Museveni, in carica dal 1986. Le violazioni dei diritti umani e gli abusi durante le ultime elezioni del febbraio 2011 sono state denunciate da Amnesty International. http://www.amnesty.org/en/region/uganda/report-2011

Un vero pericolo è il livello elevatissimo di corruzione nel Paese. Secondo Trasparency International l’Uganda è al 143esimo posto con un indice pari a 2,4 su un massimo di 10. http://www.transparency.it/upload_doc/CPI_table.pdf

Per comprendere i rischi legati alla corruzione e allo scarso potere contrattuale della popolazione ugandese, basti pensare ai livelli raggiunti nel paese dal fenomeno del Land Grabbing, ovvero la sottrazione forzata delle terre da parte di multinazionali, con la connivenza del governo locale. Come denuncia un recente rapporto di Oxfam, tra il 2006 e il 2010 oltre 20mila ugandesi hanno perso la loro terra per dare spazio alle piantagioni di una compagnia britannica New Forest Company, con l’accondiscendenza dell’Autorità Nazionale Forestale dell’Uganda.
http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2011/09/La-Nuova-Corsa-allOro-Oxfam-Italia-ok-21-09-2011.pdf

Quali sono dunque le garanzie che il petrolio non diventi una condanna per la popolazione ugandese? La ONG britannica ‘Platform’ in un rapporto del 2010, ‘Uganda’s oil agreements place profit before people’, denunciava l’assoluta mancanza di trasparenza degli accordi tra la Tullow e il Governo ugandese, oltre alla carenza di partecipazione al processo legislativo da parte delle comunità interessata. http://www.platformlondon.org/carbonweb/documents/uganda/Cursed_Contracts_Uganda_PLATFORM_CSCO_Tullow_Heritage_2010_February.pdf

In base agli accordi le possibilità di supervisione da parte del Parlamento ugandese diventano praticamente nulle. È semplicemente previsto che la non ancora nata Petroleum Authority presenti una relazione annuale al Parlamento con l’indicazione degli importi percepiti dalle licenze. Ma questa autorità sarà espressione del governo ugandese e tenuta a allinearsi alle direttive impartite dal ministro dello Sviluppo e dell’Energia.
http://ugandaoilandgas.com/linked/Oil%20and%20Gas%20Laws%20in%20Uganda.pdf

Dall’analisi degli accordi tra le parti (Production Sharing Agreements), secondo Platform, mentre il governo ugandese propaganda un livello di partecipazione dello stato ugandese ai ricavi pari all’80%, tale livello potrebbe scendere al 47%, in base all’andamento del prezzo del petrolio. Le compagnie petrolifere coinvolte, potrebbero invece raggiungere il 35% del margine sugli investimenti, una quota per loro assolutamente vantaggiosa. L’Uganda starebbe quindi ricevendo un trattamento addirittura peggiore di quello riservato in passato ad altri Stati africani.
http://www.carbonweb.org/showitem.asp?article=375&parent=39

Inoltre risulta dagli accordi una completa assenza di sanzioni per i danni ambientali causati dalle compagnie, proprio nella decima area piu' importante del mondo per livelli di biodiversita' oltre a una clausola che impedisce al Governo ugandese di incrementare in futuro gli standard di protezione ambientale e di tutela dei diritti umani.
http://www.globalwitness.org/sites/default/files/Ugandas%20petroleum%20legislation%20-%20Safeguarding%20the%20sector.pdf

Va aggiunto che da quando nel 2009 il Governo ha annunciato la scoperta di importanti giacimenti petroliferi nella regione del Lago Alberto, le tensioni tribali tra i diversi gruppi etnici (Bunyoro, i Bagungu, i Alur, i Balaalosi) si sono di molto acuite. Situazione che ha preoccupato non poco le compagnie petrolifere impegnate nella regione. La tribú maggioritaria dei Bunyoro, inoltre, ha rivendicato il diritto alla partecipazione degli utili provenienti dall’estrazione del greggio presente nel suo reame. Rivendicazione che il Governo ha bollato come anticostituzionale in quanto i proventi vanno utilizzati per lo sviluppo nazionale del Paese.

Se si considera la delicata situazione che la popolazione ugandese sta affrontando, caratterizzata da forti tensioni tribali e dalla concorrenza delle compagnie petrolifere per l’accaparramento delle risorse petrolifere recentemente individuate, la richiesta a qualsiasi titolo di un rafforzamento dei contingenti dell’esercito USA proprio in questa regione e proprio in questo momento non può che lasciare assolutamente perplessi e obbliga a domandarsi se è proprio di questo che la popolazione ugandese abbia realmente bisogno.

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