Multitalians
15 Marzo Mar 2012 0921 15 marzo 2012

Clandestina a Damasco. Ogni tanto un buon libro

Finalmente un reportage! Ieri all’Ostello Bello di Milano, Antonella Appiano ha presentato il suo libro “Clandestina a Damasco”, Castelvecchi editore. L’iniziativa portava la firma di Associazione Capramagra, pimpante Onlus attiva nella cooperazione internazionale.
Finalmente un reportage! Dicevamo. Perché il libro della Appiano è la testimonianza diretta di quattro messi passati tra i vicoli di Damasco e non solo, a seguire in prima persona la rivoluzione siriana. Quattro mesi di clandestinità, travestimenti, ma soprattutto di fatti visti con i propri occhi e subito raccontati. Poche storie. Quando si è bersaglio di ignoti cecchini che sparano dai tetti, oppure pedinati dalla Mukhabarat, l’analisi va nel dimenticatoio. E il libro nasce da sé. Ovvero sulla base dei fatti. Il giornalista ha poco da perdere tempo con riflessioni sullo spirito del mondo. In Siria c’è una guerra civile e bisogna raccontarla, punto. La Appiano fa questo. Fa la giornalista. Vede, ascolta, scrive.
“Clandestina a Damasco” è semplice. Neanche 150 pagine, senza una nota o una bibliografia – sapete? Quelle che già alle tesi di laurea fanno mettere perché così si ingrassa inutilmente il volume. A che scopo ridondare però? La Appiano riporta quel che vede. Riporta, reporter: c’è assonanza, chissà come mai…
Per chi vuol sapere quel che c’è scritto nel libro, il consiglio è presto detto: vada in libreria, dodici euro e cinquanta e buona lettura. Fine della recensione.
Il post di oggi è invece sul merito. Sulla qualità del prodotto fornito da noi giornalisti. O meglio, dalle testate. Visti i fatti siriani, il lavoro di Antonella Appiano dovrebbe restare sulle scrivanie dei direttori dei giornali più letti in Italia. Come pure sul comodino di una qualsiasi persona minimamente sensibile a quel che accade appena lontano dai nostri mari. Una sorta di bigino sull’attualità. Suo malgrado, “Clandestina a Damasco” non riceve l’attenzione che merita. Non che sia un libro clandestino – giochiamo sulle parole – bensì è dagli alcuni addetti ai lavori. E nemmeno tutti. Perché l’idea di camuffarsi da ricercatrice e restare a Damasco con qualche pericolo la Appiano la ha avuta, ma molti colleghi l’hanno snobbata. «Sai quanti mi hanno detto che ho inventato l’acqua calda?» commenta lei stessa. È vero, mascherarsi da chissachi, quando si è invece lì per recuperare notizie, lo saprebbero fare un tutti. Ma chi davvero si è messo in discussione? Da notare pure che l’autrice non è propriamente quella che passa inosservata tra i suq del Medioriente.
Snobismo. I giornali italiani snobbano le buone idee. Non tanto perché il settore è in crisi, non ci sono lettori, l’argomento non interessa, la pubblicità è poca, eccetera. Ma solo perché il buon lavoro vien fuori da chi ha coraggio. Il nostro mondo sta cambiando. Un pc al posto della carta, una tastiera anziché la penna. Un’evoluzione bellissima. Però, soffermandoci su questa immagine, ci si dimentica che il vero binomio notevole del giornalista è: cervello e scarpe comode. Perché il lettore vuole sapere quello che succede dietro l’angolo. Quindi bisogna scendere in strada. Dobbiamo raccontare. Nient’altro che questo. Le analisi le si possono lasciare ai lettini di psichiatria. Un giornale si scrive con le notizie. Quindi on the road. Magari anche clandestinamente.

Postilla personale: al dibattito il sottoscritto ha fatto da gregario. Si è divertito e ringrazia Capramagra. Dicono: «Piaggeria!» No gentilezza.

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