Mercato e Libertà
16 Marzo Mar 2012 1408 16 marzo 2012

Libertà, bella e impossibile

Il problema fondamentale del liberalismo è che nessuno ha interesse ad essere liberale: non importa quanti argomenti abbiano i liberali, non c'è nessun gruppo di potere naturalmente liberale che abbia interesse a trasformare il liberalismo in una forza politica in grado di influenzare le scelte collettive.

Il motivo non è semplice da capire: bisogna considerare fenomeni politici, sociologici, filosofici che stanno dietro le innumerevoli sconfitte politiche del liberalismo.

Facciamo un esempio chiaro: sul piano argomentativo non c'è alcun dubbio su chi abbia ragione nel dibattito tra protezionismo e libero commercio, perché tutti quelli che conoscono l'argomento sanno che la scienza economica a riguardo ha già detto l'ultima parola a inizio '800, con la teoria dei vantaggi comparati di Ricaro. Il trionfo intellettuale è così completo che addirittura un socialista come Krugman, nel suo libro di testo di economia internazionale scritto insieme a Obsteld sostiene la superiorità del libero commercio sul protezionismo.

Nonostante ciò, il protezionismo è la norma. E i motivi sono più d'uno:

  1. La classe politica ha interesse al protezionismo perché i dazi sono una entrata per lo stato, di fatto una tassa sui consumatori (che soffrono peggio maggiorati), nascosta da tassa sui produttori stranieri. Inoltre i produttori nazionali protetti possono essere più docili e quindi più controllabili per i politici, che dunque acquisiscono maggiore potere sulla società.
  2. I produttori nazionali nel breve termine ci guadagnano perché possono fregare i consumatori nazionali con prezzi maggiorati, ma non appena la produzione nazionale sale, i profitti tornano a livelli normali e dunque il vantaggio è minimo. Ciò nonostante, i produttori spingono sempre al protezionismo per non avere concorrenza (almeno estera), possono fare profitti di lungo termine se si riduce anche la concorrenza interna (aiuta avere meno concorrenti e impedire l'accesso a nuovi), e comunque nel passaggio al libero mercato nel breve termine ci sarebbero per molti dei contraccolpi.
  3. I consumatori sono le vittime più importanti del protezionismo, ma in politica gli interessi diffusi e generali non hanno alcuna importanza, perché una lobby ben organizzata di produttori avrà sempre più mezzi di persuasione di consumatori sparsi che neanche si accorgono di venire fregati.
  4. La teoria del commercio internazionale è difficile da capire, e la maggior parte degli elettori non è semplicemente all'altezza di capirla, lasciandosi ingannare dai più semplici e intuitivi, anche se erronei, argomenti dei protezionisti. Il fatto è che in politica un argomento semplice ma falso ha sempre più chance di successo di un argomento vero ma difficile.

Mettendo assieme tutte queste cose, è evidente che di libero commercio ce ne sia poco. E questo nonostante alla lunga il protezionismo danneggi l'intera economia, riducendo l'efficienza.

Il fatto è che per sconfiggere i protezionisti non basta avere ragione: bisogna lottare contro i gruppi di potere che si avvantaggiano della protezione, e svegliare una massa di consumatori che non si accorge di venire danneggiata. Ma dato che i principali beneficiari alla fine sono i politici, è improbabile che si possa fare qualcosa a riguardo.

Qualcuno obietterà: e il WTO? Dopo un secolo di protezionismo, si è finalmente tornati a livelli di scambi internazionali globali simili a quelli del XIX secolo. Quindi capita che ogni tanto una politica intelligente venga adottata, anche se eccezionalmente. Nonostante ciò, di norma si fa di tutto per adottarla poco e controvoglia, introducendo distorsioni e contorsioni burocratiche. Ciononostante, ogni tanto la politica adotta anche politiche intelligenti, accompagnandole spesso con idiozie assortite.

Ne parlo su Libertiamo.

Pietro Monsurrò

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