Massimiliano Gallo
Mi consento
17 Marzo Mar 2012 1237 17 marzo 2012

I commenti su Internet mi piacciono, anche gli insulti

Insomma, non è un bel momento per il web. Christian Rocca, nuovo direttore di IL, supplemento maschile del Sole 24-Ore, dedica in modo ironico-letterario la copertina al prematuro epitaffio che da più parti si leva per il giornalismo su carta, con tanto di dati di diffusione e lettura. Poi ci si mette Michele Serra che ieri nella sua rubrica L’amaca, su Repubblica, boccia impietosamente Twitter giugendo a scrivere che se proprio dovesse scrivere un tweet, il suo sarebbe “Twitter mi fa schifo, fortuna che non twitto”. Il codazzo delle critiche era ampiamente prevedibile e oggi Serra ritorna sull’argomento, in modo meno tranchant e più garbato, ma sostanzialmente senza fare passi indietro.

In questo dibattito non poteva ovviamente mancare il Corriere della sera che intervista Nick Denton, fondatore di vari blog di successo tra cui Gawker. E il giornalista emette una sentenza impietosa: «Mediocri e fuori tema: il fallimento dei commenti».

E, per certi versi, è difficile dargli torto, ma poi ci ripenso e sostanzialmente cambio idea. Sono un giornalista, come tanti, fondamentalmente di carta stampata. Scrivo dal 1990, ma facendolo sui quotidiani “tradizionali” mi è sempre mancato quel contatto quasi carnale col lettore che invece Internet ti offre. Ovviamente non ho l’esperienza di Denton, ma da quel po’ che ho vissuto - sia qui a Linkiesta che su un sito per tifosi del Napoli che ho fondato, il Napolista - ne ho dedotto che è sempre chi scrive a menare la danza. Siamo un po’ come i professori: dipende da noi se la classe ci segue, oppure no. Siamo noi che decidiamo quando è giunto il momento di approfondire (e in questi casi dai commenti si imparano tante cose), o di provocare gli alunni e quindi di scatenare le loro reazioni. Ed è semplicemente fantastico verificare ogni volta che non ti deludono mai, che reagiscono sempre alle tue sollecitazioni, anche quando ti insultano.

Poi, certo, c’è il lato oscuro della luna. C’è l’effetto arena. L’utente che arriva, e in genere non ha nemmeno letto l’articolo perché gli è stato solo girato da una mailing list oppure è stato catturato dal titolo su un social network, e dice la prima stronzata che gli capita. Fa parte del gioco. Non è questo che mi deprime. Quel che mi deprime, a volte, è la perentorietà dei commenti: sembrano sentenze inappellabili emesse da persone che si rifiutano di accettare la sola esistenza di opinione diverse dalle proprie. Ma, se ci pensate, è solo lo specchio di quel che avviene in un autobus o a una cena appena meno ristretta del solito. Questo fenomeno ha una sola, vera, conseguenza negativa: il condizionamento. Pur di non veder fioccare tutte quelle critiche feroci, eviti di scrivere. O scrivi in maniera più edulcorata.

Un capitolo a parte, invece, lo meritano quelli che scrivono: “mi avete deluso, avevo un’idea diversa di voi, non vi leggerò più e lo dirò a tutti i miei amici”. Se ci pensate, è una vera e propria dichiarazione d’amore. Una disillusione che allunga le radici in un universo che è ben di più rispetto al tradizionale rapporto giornalista-lettore.

Insomma, non nego che a volte possa deprimermi per la valanga di improperi che ricevo, ma poi passa. A volte più in fretta, a volte meno. Ma passa sempre. Era molto più triste stare lì a rileggersi il proprio articolo su carta pensando a quanto il mondo lo avesse apprezzato. Senza sapere che il mondo non l’aveva nemmeno letto.

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