Anamorfosi
19 Marzo Mar 2012 0759 19 marzo 2012

La scrittura del dolore

Leggo Michela Marzano, Volevo essere una farfalla. E poi l’articolo di Stefano Bartezzaghi, il 16 marzo su Repubblica, che critica un certo trend attuale, la scrittura autobiografica del dolore che si traduce in bestseller. Proprio come nel caso di Marzano, che nel suo testo racconta del proprio sintomo anoressico, dell’adesione incondizionata al “si deve” imposto dal padre, della complessità del rapporto con il limite, del “non tutto è possibile”, a cominciare dalla perfezione e dal controllo assoluto sulla vita e sulla morte. Ne scrive con un valore aggiunto: la semplicità delle parole con cui dice della sofferenza che l’ha invasa; l’emancipazione da una concezione elitaria e astratta di una filosofia che cala profondamente nell’umano, mostrando quanto il dolore non possa essere trattato con gli strumenti della logica formale.
Michela Marzano non è la sola ad alimentare quella che Bartezzaghi chiama “l’industria del dolore”. Tra gli altri, infatti, egli cita Massimo Gramellini, che nel suo libro Fai bei sogni parla della morte della madre. Mi viene in mente anche Massimiliano Verga con Zigulì, un testo schietto – a tratti crudo – sulla sua vita con il figlio disabile.
Il 17 marzo Marzano replica su Repubblica; non è per guadagno che si scrive del dolore, quanto piuttosto per dirlo con le parole trovate nel proprio percorso (nel suo caso, un’analisi in francese durata dieci anni). Le parole per dirlo è anche un libro meraviglioso di Marie Cardinal, che lentamente e faticosamente scioglie i suoi sintomi in un discorso articolato prima nello studio dello psicoanalista, poi nella scrittura che improvvisamente scopre.
Sono testi che catturano (e certamente si vendono) perché muovono nel lettore dinamiche identificatorie molto forti. Ma l’importanza di questa scrittura sta, ancora di più, nel dimostrare quanto il dolore abbia una stoffa di linguaggio, e sia fatto di parole che si legano le une alle altre seguendo itinerari particolari, unici per ciascuno. Come Zigulì, che per Massimiliano Verga non è solo la ben nota caramella, ma anche il cervello di suo figlio, grande come una Zigulì. Scrivere aiuta ad esplorare questi percorsi, ad intraprendere nuove direzioni, a trovare altre connessioni. In fondo, le parole hanno una loro vita segreta. Come nel bel film di Isabel Coixet, La vita segreta delle parole. Guardatelo, se vi va.

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook