Fuoriserie
20 Marzo Mar 2012 1327 20 marzo 2012

Lo strano caso del successo di The Walking Dead

E così è arrivato il finale di stagione, della seconda. Un finale mozzafiato, che dentro di noi stiamo maledicendo: dovremo aspettare fino al prossimo autunno prima di sapere come continuerà The Walking Dead. Guardando l’ultima puntata (e rileggendo anche i tanti commenti che hanno costellato Twitter in questi mesi di messa in onda) ho realizzato una particolarità di questa serie che ho sempre avuto sott’occhi ma a cui ho sempre fatto poca attenzione. La serie creata dal regista Frank Darabont e basata sui fumetti di Robert Kirkman è uno dei pochissimi esempi di show di successo dove la maggior parte del pubblico odia la famiglia protagonista. Sembrerà folle e crudele, ma lasciatemelo dire, Lori la vorremmo tutti veder cadere tra le braccia degli zombie, lei con le sue smorfie e i suoi comportamenti senza logica. Lei che prima chiede velatamente a Rick di eliminare Shane, lei che poi si ingrazia Shane con un discorsetto strappalacrime spingendo quest’ultimo all’atto estremo, e sempre lei che alla fine di fronte alla confessione di Rick si stizzisce e si allontana con uno sguardo a metà tra il moralista e l’inorridito. (Sarà anche che Sarah Wayne Callies già la sopportavo poco ai tempi di Prison Break: Sara Tancredi era uno dei pochi nei di un’altra serie eccellente. Ma questa è tutta un’altra storia).

Per non parlare poi di Carl, che in tanti abbiamo sperato ci lasciasse in uno dei molti guai in cui si è cacciato. E invece le penne le ha fatte lasciare al povero Dale, liberando l’errante che gli ha strappato le budella. Come se non bastasse anche Rick non è mai stato uno dei personaggio più amati: nella diatriba tra Rick e Shane, era il secondo quello più stimolante. Eppure, ciò nonostante The Walking Dead regge. Eccome, se lo fa.

Sono pochissimi i casi in cui una serie raggiunge consensi così elevati nonostante la storia ruoti principalmente intorno a personaggi in cui nella maggior parte dei casi non solo non ci identifichiamo, ma nemmeno parteggiamo per loro. E’ proprio questo uno dei motivi per cui questo show rappresenta un unicum nell’universo della televisione seriale. Perché il contorno, la narrazione, i personaggi “secondari”, i grandi temi trattati riescono ad avere la meglio sul nostro bisogno di immedesimazione. Ecco dunque i tre motivi che fanno entrare a tutti gli effetti The Walking Dead nella Storia (quella con la S maiuscola) della TV seriale.

- La struttura simmetrica
La seconda stagione finisce laddove era cominciata, lungo l’autostrada dove era partita la ricerca per la piccola Sophia. Si ritorna al punto di partenza, con la convinzione che però tutto è diverso. Tutti sono diversi.

- Il signore delle mosche
The Walking Dead è l’ennesima dimostrazione che William Golding con il suo romanzo del 1952 ci aveva visto lungo. Il tema portante è la trasformazione dell’uomo, quella stessa metamorfosi che aveva investito i ragazzi naufraghi su un’isola del Pacifico ne Il signore delle mosche, trasformandoli in esseri irrazionali, selvaggi e violenti. E’ quello che è successo a Carl (“uccidilo, papà, uccidilo” proclamato senza nessuna emozione nel fienile mentre Rick punta la pistola contro Randall) ed è quello che è successo a Rick, trasformatosi da eroe (concedetemelo, decisamente troppo banale) in un anti-eroe (quanto pericoloso lo scopriremo nella prossima stagione).

- I personaggi secondari
Bellissimo quello di Daryl. Intanto perché è maledettamente figo (il che non guasta), ma anche perché è l’unico, il solo, che racchiude l’evoluzione inversa. Quasi animalesco all’inizio, profondamente umano alla fine (vederlo soffrire per la morte della piccola Sophia è stato commovente). E ancora Andrea, unica donna a ribellarsi allo stereotipo maschilista di donne casalinghe/uomini intenti a proteggere il gruppo. E Dale, personificazione di una coscienza che non c’è più (e per questo messo a tacere per sempre). Ma anche Hershel, Gleen, Carol sono personaggi azzeccati. E altri lo saranno (tanta è l’attesa per Michonne, la misteriosa spadaccina nota ai lettori del fumetto che è apparsa nell’ultima puntata e che sarà un volto costante nella prossima annata).

E’ una serie che non ha difetti? Certo che no, ce li ha. Al di là dei fastidiosissimi Lori e Carl, la serie è partita in sordina con puntate molto lente e la trama ha proseguito a rallentatore per tutta la prima parte della stagione, fino al cliffhanger della morte di Sophia. Ma, con il senno di poi, dopo il finale di stagione, tutti i nei appaiono piccoli e insignificanti di fronte alla struttura complessiva di questo serial che fa sembrare la massima di Hobbes tanto vera. Homo homini lupus, l’uomo è un lupo per gli uomini. Tant’è.

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