A mente fredda
23 Marzo Mar 2012 1446 23 marzo 2012

Leggi e gruppi d’interesse in Italia: forse l’art. 18 non vale davvero il crocifisso nelle scuole, però…

Premetto che non ho ancora una opinione chiara sulla riforma del mercato del lavoro proposta dal governo in questi giorni: le notizie che circolano mi sembrano ancora piuttosto nebulose, ci sono alcuni elementi tecnici che non ho la competenza di sviscerare e attendo di sapere cosa ne pensa chi ne sa più di me, e da quel poco che ho capito mi sembra che le nuove norme tocchino solo parzialmente i punti di reale criticità dell’assetto vigente. Perché un assetto vigente c’è, è sotto gli occhi di tutti, e di esso è assai difficile dare un giudizio lusinghiero.

Uno spunto di riflessione forse balzano, ma quantomeno non consueto in un dibattito che da mesi ha visto spendere parole in quantità, mi è balenato in testa di fronte ai commenti di molti amici e altri utenti di facebook che invitavano a prendere in considerazione il carattere “simbolico” dell’art. 18 così com’è attualmente, un provvedimento il cui significato generale di difesa della dignità dei lavoratori val bene qualche difficoltà nel turnover, e che proprio per il suo valore generale riguarda non solo chi ne è difeso, ma anche chi per accidente non lo è, ma magari un giorno lo sarà, dopo che la giustizia su questa terra avrà trionfato. Da discorsi come questo ha iniziato a insinuarsi nella mia mente un paragone azzardato, provocatorio, razionalmente poco giustificabile, che pure può aiutare magari a capire qualcosa. Non pretendo, naturalmente, di dare alcuna base critica realmente solida a un discorso volutamente paradossale, che spero prendiate per quello che è.

Perché è vero, l’art. 18 è un simbolo. Come è un simbolo il crocifisso che ha troneggiato in tutte le nostre aule da quando abbiamo iniziato la prima elementare fino alla maturità. È un simbolo cha tra 1924 e 1929, promulgati ad approvazione di regolamenti e circolari ministeriali, impongono nell’arredo scolastico, ricordando che “ogni aula [deve avere] l'immagine del crocifisso e il ritratto del Re”, a chiarificazione della legislazione precedente e in ottemperanza ai provvedimenti di Giovanni Gentile, che (ri)affermavano esplicitamente il ruolo della religione cattolica come “fondamento e coronamento” quantomeno della formazione primaria.

Come tutti ricordiamo a seguito delle intense discussioni che anche recentemente si sono svolte sul tema, di tutta questa legislazione colpiscono la fragilità normativa di un provvedimento a cui settori rilevanti dell’opinione pubblica attribuiscono un forte valore di identificazione nazionale giuridicamente assai poco fondato, la resistenza che i regi decreti attualmente in vigore hanno dimostrato ai mutamenti legislativi che hanno completamente modificato il ruolo del cattolicesimo nella vita dello stato e l’insegnamento religioso nelle scuole, ma soprattutto la sua applicazione selettiva. Io non sono mai stato in un’aula priva di crocifisso, ma solo nelle mie classi elementari (in una scuola di piccole dimensioni e di nuovissima costruzione) ho avuto in classe il ritratto del Capo dello stato. Per lo più, le foto dei presidenti erano poche, poste in luoghi particolarmente frequentati, un corridoio, la segreteria, ed evidentemente preside e ministero ritenevano di aver dato così applicazione al decreto sull’arredo scolastico evitando le spese necessarie alla fornitura di un numero maggiore di effigi. Se però un preside facesse la stessa cosa con il crocifisso, elemento ricordato nello stesso comma del “ritratto del Re”, a due parole di distanza, nel giro di una settimana i giornali assedierebbero l’istituto, il locale vescovo invierebbe un messaggio di rammarico ai fedeli e un buon gruppo di consiglieri comunali, forse persino qualche deputato, prenderebbero posizione ufficialmente e con durezza. Questo perché dietro l’innocuo crocifisso c’è un potente gruppo d’interesse, raccolto attorno alla Chiesa cattolica, per cui la presenza di quell’oggetto nelle aule ha un profondo significato nella gestione simbolica dei rapporti di forza: in un paese che ha rinunciato ad avere una religione ufficiale, il mantenimento coatto di un simbolo della fede cattolica almeno in alcuni luoghi pubblici rappresenta (sintetizzo al massimo un ragionamento ben più raffinato, per cui rimando al noto pamphlet luzzattiano) l’avvertimento che quella che è stata efficacemente definita “la minoranza cattolica in Italia” può ancora imporre la propria volontà, al di là del suo status istituzionale.

Per quanto riguarda invece l’art. 18, su questo sito è stato pubblicato alcuni giorni fa uno degli interventi più lucidi sulle sue origini nell’ambito della redazione dello Statuto dei lavoratori. Tra l’altro, facendo riferimento proprio al provvedimento che disciplinava con il reintegro il licenziamento di cui era riconosciuta la natura ingiustificata, ricordava:

quel che interessava al tempo non era salvare il posto di lavoro di licenziandi e licenziati per motivi vari, compresi il non aver voglia di fare un tubo o il rubare nei bagagli dei passeggeri (accaduto a Malpensa). Si pensava piuttosto a salvaguardare i diritti civili e politici dei lavoratori.

Il provvedimento di cui oggi tanto si discute doveva insomma essere letto in un contesto di tutela della personalità dei lavoratori e della loro autonomia sul piano politico e di rappresentanza. Il resto è un’altra storia: non era certo contemplato che la giustizia civile fosse così strutturalmente inefficiente da rendere il ricorso ad essa di per sé un deterrente; soprattutto, non è stabilito fin dall’inizio che si debba provare la giusta causa e non quella ingiusta (rovesciando l’onere della prova sul querelante), né che i principi di non sostituibilità debbano essere così rigidi, e nemmeno che l’obiettivo finale della legislazione fosse quello di equiparare la permanenza sul lavoro dei dipendenti privati (assunti per puro atto di volontà del datore di lavoro) alle (peraltro assai discutibili, se spinte all’estremo) tutele di sostanziale inamovibilità dei dipendenti pubblici assunti per concorso. Tutto questo è il frutto di una prassi giurisprudenziale maturata nel corso del tempo attraverso clausole contrattuali, definizioni interpretative e decisioni processuali (anche qui sintetizziamo al massimo il prodotto di un lavoro assai complesso e non certo interpretabile in prospettiva esclusivamente teleologica) che non sarebbero state possibili senza l’azione almeno in parte concertata di contrattazione, di consulenza e di promozione azioni legali dei sindacati. Anche su questo terreno, insomma, si è giocato un gioco fondato sui rapporti di forza: un insieme di gruppi sociali e professionali abbastanza influente e ben organizzato nell’ambito delle denominazioni sindacali ha gradualmente reso la disciplina sui licenziamenti individuali un robusto puntello per il consolidamento della propria posizione, imponendo attraverso il proprio “peso” organizzativo e il proprio ineludibile ruolo di riferimento in ogni contenzioso un’interpretazione della legislazione tutt’altro che ovvia in origine.

Un discorso piuttosto simile, peraltro, si potrebbe fare per i già citati vincoli al licenziamento dei dipendenti statali, fondati su procedure concorsuali di cui si contesta costantemente l’efficacia pur accettandone supinamente gli esiti per i quali non è giustificato motivo di revisione nemmeno la conclamata incompetenza nel timore di creare il famoso “precedente” che rimetterebbe in discussione tutto; per la curiosa interpretazione nei ruoli della pubblica istruzione della libertà di insegnamento, diritto in base al quale un docente può andare in classe e non insegnare nulla (è sempre dietro l’angolo il “precedente”), ma non riceve alcun appoggio dalla categoria quando cerca di integrare i programmi o modificare i metodi secondo ciò che ritiene più opportuno; per la strenua opposizione a criteri di promozione e immissione nei ruoli pubblici che non sia l’anzianità di servizio; per l’interpretazione “forte” del concetto di “diritti acquisiti” che, senza alcuna ragione, considera una riforma ex tunc togliere la pensione da adesso (senza richiedergli soldi indietro, ci mancherebbe) a chi la riceve da quando ha 35 anni a causa di una legislazione evidentemente errata e inadeguata, o al limite realizzare per lui una imposizione fiscale differenziale che renda irrilevante quanto percepisce indebitamente. E il tutto mentre in un testo normativo che dovrebbe valere più di questi tecnicismi, la Costituzione, ci sono tante belle parole sull’uguaglianza dei cittadini, sul ruolo attivo dello stato nell’eliminazione delle discriminazioni, sul valore di ogni forma di lavoro, che restano inesorabilmente (più o meno) lettera morta anche quando la legislazione ordinaria in teoria le recepisce.

Perché in Italia funziona così: una legge trova applicazione se alle sue spalle ha un gruppo di potere abbastanza forte (si chiami Chiesa cattolica, FIOM o CISL) da imporla garantendone anche una interpretazione adeguata a farne uno strumento a proprio favore in quell’insieme di rapporti di forza di cui lo stato è nella migliore delle ipotesi mediatore, nella peggiore semplice terreno d’incontro. Se una legge non ha dietro un blocco sociale che la spinge, semplicemente non decolla: forse l’unica eccezione è il divieto di fumo nei luoghi pubblici, ma qualcuno dice di no. Ogni tentativo, da parte delle nostre istituzioni rappresentative, di invertire la tendenza recuperando il controllo della legislazione che producono è uno sforzo meritorio. Poi, sul singolo caso, ciascuno può pensare ciò che vuole.

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