Èvviva
23 Marzo Mar 2012 1421 23 marzo 2012

L'odissea di una mamma napoletana che vuole vaccinare il proprio figlio

Da ottobre, il centro vaccinale del mio quartiere funziona solo su appuntamento. Me lo riferì mio marito due mesi fa, di ritorno dall’Asl, dove l’avevo inviato a recuperare due certificati di vaccino per l’iscrizione a scuola dei miei figli. “Per la miseria!”, esclamai, “ci siamo evoluti!”. Il fatto è che il mio centro vaccinale è un posto brutto. Per carità, il personale è competente, le infermiere gradevoli, ma il tutto si riduce ad un corridoio strettissimo e a due stanzette sempre chiuse a chiave. Un ambiente tetro, freddo d’inverno e terribilmente caldo d’estate. Puoi stare lì ad aspettare anche delle ore. O almeno era così prima della pratica dell’appuntamento. Perciò, emozionatissima, mi sono messa pazientemente ad aspettare: la prenotazione per il vaccino di mio figlio era prevista per lunedì 26 marzo alle ore 8,30 del mattino. Ho pensato: mattina presto, il tempo di una punturina, una mezzoretta ad aspettare che non ci sia una reazione allergica e poi via, riesco anche a portarlo a scuola entro l’orario di chiusura dei cancelli e a salvare la giornata di lavoro. Purtroppo, però, quando sei precaria, capita sempre l’imprevisto.

Capita che proprio per quel giorno ti fissino un appuntamento improrogabile che ti impone di spostare la benedetta prenotazione che aspetti con tanta ansia. Ci sta. Decido di rinviare via telefono, visto che hanno una linea di rete fissa. È martedì mattina. Passo tre ore a premere di continuo sul tasto di ripetizione chiamata: il telefono, dall’altro capo del filo, è muto. Nessuna risposta. Tre ore tre. Mentre scrivo, prendo appunti, sistemo casa, e benedico appunto di lavorare a casa mia, perché , nonostante le triplicate rotture di scatole, ti permette di stare col dito sul ripetitore per 120 minuti. Eppure nulla, il vuoto. Mercoledì mattina ci riprovo. Stavolta per due ore. Il risultato non cambia: sempre il nulla. Chiamo il centralino e chiedo se c’è un altro numero o se risultano guasti sulla linea. No, pare sia tutto normale. Riprovo a intervalli di 30 minuti fino alle 12. Poi di nuovo dalle 14 alle 16. Dall’altro capo del filo ancora il segnale di libero. Strana, questa cosa. Giovedì, stessa storia. È tardi, l’appuntamento si avvicina. E se lo salto cosa succede? Vuoi vedere che sono diventati così fiscali da non concedermi di riproporlo un’altra volta? Da tagliarmi fuori? E se scatta il limite massimo di tempo per il vaccino? No, non posso permettermelo. Al diavolo gli impegni del mattino: è venerdì e mi incammino al centro vaccinale.

Arrivo immaginando di trovarlo vuoto, ordinato, senza bambini urlanti e insofferenti per ore di attesa e mamme lavoratrici disposte a tutto pur di scavalcare chi c’è davanti e non ha nulla da fare ed essere così libere di andare al lavoro. Invece, l’inferno. Il centro è pieno. La fila inizia molto al di fuori del portone di ingresso. Una bolgia. Alle pareti decine di cartelli vergati a mano che annunciano la straordinaria rivoluzione della prenotazione obbligatoria. C’è una mamma indiavolata che tiene un fagotto in braccio mentre sta in piedi: le quattro sedie disponibili sono occupate. L’altro figlio le sta attaccato alle gambe e piange, piange, piange. “E’ molto che aspetta?” le chiedo. “Un’ora”, risponde lei con occhi avviliti. “Ma non funziona su prenotazione?” le faccio. Mi ride in faccia. Avrò sbagliato la domanda, forse. Busso alla porta a sinistra e mi apre l’infermiera di turno. Faccio presente il mio problema. Sono prenotata per lunedì, ma ho un impegno di lavoro, perciò a meno che non mi assicuri che l’appuntamento è confermato per le 8,30 e che sarò la prima ad entrare preferirei spostarlo. “Signora mia – mi risponde – e mica siamo a Milano!”. “In che senso, scusi?” le domando timida. “Nel senso che qui si entra a seconda dell’ordine di arrivo!”. E ride pure lei. Devo portarmi dietro una ventata di allegria, stamattina. Le chiedo per quale motivo,visto che il corridoio è tappezzato di avvisi riguardanti l’innovazione delle prenotazioni. Sorride, si addolcisce e candidamente mi fa: “Se arriva alle 7 e aspetta fuori fino alle 8,30 magari ce la fa ad essere la prima. Adesso le giornate sono pure belle, prende un po’ d’aria insieme a suo figlio”. Giusto. Un po’ d’aria in compagnia. Tempo di qualità da passare con la prole. Non trovo nulla da ribattere.

Sposto l’appuntamento a dopo Pasqua. La sua agenda è piena di cancellature, numeri di telefono che difficilmente potranno essere associati a dei cognomi visto il disordine e la confusione e le pagine si ripetono così fino a fine aprile. Insomma, l’appuntamento slitta di un mese. “Ecco qua, la prenoto per le 10,30”, dice. Intanto, da quando sono entrata, il telefono sulla scrivania non ha smesso un istante di squillare. Aspetto che annoti anche il mio, di numero, poi le faccio la domanda fatidica: “Non risponde? Faccia pure, posso aspettare”. Lei mi guarda come se fossi un’aliena e mi chiede se per caso mi sia trasferita a Napoli da poco, se non sia che provengo da un’altra città. “Veramente sono nata e cresciuta qui”, le rispondo sorridendo, credendo si riferisca al fatto che nella voce non ho particolari inflessioni dialettali. “E non lo sa come funziona, signora bella?” mi dice spostando gli occhiali sulla testa, a trattenere i capelli, “Se mi dovessi mettere a rispondere al telefono ogni volta non potrei lavorare più!”. Giusto, penso. Infatti io oggi non ho lavorato. E nei tre giorni precedenti sono stata attaccata al telefono come un’idiota. E mi sa che neppure tra un mese, il giorno della prenotazione, lavorerò. Le mamme lavoratrici, a Napoli, sono tutelate sempre di più. una passeggiata pure un vaccino obbligatorio. Arrivederci, inferno vaccinale. Mi sentirei meglio, forse, se la puntura dovessi farla io, forse.

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