Umami
25 Marzo Mar 2012 1025 25 marzo 2012

Un Vinitaly sempre meno Italy

Si è aperto questa mattina a Verona il 46° Vinitaly, pronto a sancire la vittoria del vino italiano sui mercati internazionali. Peccato che in casa le cose vadano ben diversamente: il vino sta scomparendo dalla tavola quotidiana.
L'annata 2011 ha fatto segnare un vero e proprio record nell'export che ha toccato i 4,4 miliardi di euro, pari alla metà dell'intero valore dell'agroalimentare nazionale, secondo quanto rilevato dall'Istat. L'Italia si è confermata leader del mercato internazionale con una quota del 22 per cento. Un successo ancor più esaltante se confrontato con quanto incassato lo scorso anno quando, a fronte di una produzione maggiore, gli introiti si erano fermati a 3,7 miliardi di euro. Sembra quindi che i produttori italiani abbiano trovato una loro strada. Che però parla tedesco, inglese, poi russo e un po' di cinese. Il mercato interno infatti ha registrato un calo del 1% rispetto al 2010, a confermare una tendenza ormai trentennale. Dal 1980 ad oggi - secondo un'indagine Coldiretti - il consumo di vino in Italia si è pressoché dimezzato scendendo a meno di 40 litri a persona e per la prima volta, nello scorso anno, si è bevuto più vino italiano all'estero che non in Italia.
In questi pochi dati si scorge il ritratto di un mondo che non c'è più, dove il vino era alimento quotidiano sulla tavola contadina e urbana. Certo non bisogna pensare al prodotto che conosciamo ora. Quel vino, precedente lo scandalo metanolo, era spesso semplice, di pronta beva, non destinato all'invecchiamento. E commercializzato soprattutto sfuso o in bottiglioni, per chi doveva affidarsi alla grande distribuzione. Oggi lo sfuso è tornato in voga, ma più come tendenza che come vera e propria modalità di consumo, mentre la vendita di bottiglioni è in netto calo a fronte di un deciso balzo in avanti dei prodotti a denominazione di fascia medio alta (al di sopra dei 5 euro). Intanto anche le imprese vitivinicole sono diminuite, anzi dimezzate: nella decade 2000 - 2010 da 790mila si sono ridotte a poco più di 383mila e gli ettari vitati sono calati del 12%, secondo il censimento dell'agricoltura 2011 promosso dall'Istat. Dietro questa moria, la riorganizzazione di un intero settore diventato finalmente moderno e la fine di una produzione destinata al piccolo consumo o addirittura all'autoconsumo. Le aziende di un ettaro o poco più, un tempo dedite alla vendita di sfuso, sono pressoché scomparse. Questo scenario conferma la tesi, affascinante e provocatoria, espressa da Daniele Tirelli nel saggio Pensato & mangiato: un Bacco sconfitto in parte dalla birra, in parte da altre bevande dolci e gassate, in parte - soprattutto - da nuove esigenze e stili di vita.
Per questo il Vinitaly apertosi a Verona domenica e costruito a misura di operatore (infatti quest'anno scompare dal calendario il sabato) sarà il Vinitaly degli americani e dei tanto attesi russi e cinesi. Le prospettive sono buone: basta fare un giro di telefonate per prenotare un tavolo al ristorante o una stanza in hotel per accorgersi che qui, da settimane, si registra il tutto esaurito.
Ma questo Vinitaly sempre meno Italy, introdotto da una degustazione targata Wine Spectator e affollato di buyer internazionali, dovrà fare i conti con un'attenzione esterna rivolta non solo al vino, ma anche alle aziende. Il 2011 è stato un anno di forti investimenti nel nostro patrimonio agroalimentare e, nel comparto enoico, si è registrata l'acquisizione della storica Casa Gancia di Canelli da parte del russo Tariko. Mentre il decano dei produttori di Barbaresco famosi nel mondo, Angelo Gaja, ha lanciato il suo appello ai colleghi perché non trascurino il mercato nazionale: chi va bene in patria - ha scritto Gaja in una lettera aperta ai giornali - ha successo anche all'estero. E il mercato da conquistare, in questo 46° Vinitaly, potrebbe essere proprio quello italiano.

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