Saro Capozzoli
Bussola cinese
26 Marzo Mar 2012 0059 25 marzo 2012

Monti in Cina, una bella notizia. Che sia arrivata l’ora di cambiare pagina?

Il Presidente Monti arriva in Asia e questa è una buona notizia.

Che cosa ne pensano i cinesi della prossima visita di Monti? è difficile dare ora una risposta anche se immagino la grande accoglienza che generalmente i cinesi riservano a tutti i rappresentanti di governo.

E’ anche vero che questo è un momento speciale per tutti. Per l’Italia che si trova ancora in mezzo al guado e non è ancora in salvo, almeno come sviluppo della crescita che manca, e per la Cina che vive anch’essa un momento di transizione tra un presente che ha ancora il sapore di comunismo e di isolazionismo dal mondo e la possibilità di prendere posto nel mondo e nelle istituzioni finanziarie e istituzionali globali come gli spetta.

Mentre in Italia si cerca di dare alla visita di Monti una valenza strategica, la mia impressione è che a Pechino esista solo un po’ di curiosità verso un altro professore. Dopo Prodi ecco che la Cina scopre un nuovo uomo che ha molto in comune con il professore di Bologna, come origini dal mondo della finanza e come esperienza nelle istituzioni europee.

Dobbiamo farcene una ragione, non siamo certamente nel radar degli interessi strategici cinesi.

Dalle informazioni che ho dal mondo della finanza, la Cina considera ancora l’Italia come un paese malato quasi al pari di Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo, purtroppo non fanno tante distinzioni, anche perché i numeri del nostro debito pubblico parlano chiaro. Siamo però considerati forse più simpatici e creativi di altri, abbiamo prodotti che piacciono specialmente nel lusso e nel design, ma non dobbiamo illuderci.

Spero che questo viaggio non sia un ennesimo tentativo di svendere pezzi di Italia. Offrire investimenti in aziende decotte italiane, come è successo negli ultimi due anni, e con la speranza che i cinesi le facciano riemergere è essere a dir poco ottimisti.

Questa è un’idea che incontro spesso in molti interlocutori economici ed istituzionali italiani, che però non tengono conto che i cinesi, se acquistano un’azienda, lo fanno principalmente per i seguenti motivi:

1. spostare la produzione in Cina, dove hanno un mercato molto più effervescente che in Europa

2. acquisire le conoscenze e tecnologie che gli servono per uso interno

3. Al massimo hanno bisogno di marchi e di “storie” da usare in patria, ma sempre in funzione dello sviluppo interno.

4. per assicurarsi materie prime per le esigenze di oggi e future, ma come è ben noto, noi non le abbiamo e quindi siamo fuori dal gioco, se non ci mettiamo invece assieme ai cinesi a cercarle per il mondo....

Sono pochi i casi di aziende cinesi che cercano la vera espansione all'estero.

Abbiamo dei casi anche in Italia, ma è anche giusto dire che la loro esistenza in Italia è resa molto molto difficile dalle nostre normative e regole che spesso non comprendono, come il nostro sistema fiscale o il tema della legge sul lavoro. Questo non vale solo per i cinesi ma per tutti gli investitori stranieri in Italia.

Quello che invece interessa ai cinesi sono partecipazioni in grandi gruppi europei ed è quindi scontato che si parlerà di ENI, di ENEL, di una banca, e forse anche della possibilità di acquistare una grande azienda italiana al momento in vendita, strategica per la Cina per lo sviluppo della propria rete ferroviaria, un altro gioiello di casa nostra che potrebbe passare di mano. L'ENI è il sogno dei cinesi, un concorrente agguerrito in terra d'Africa che incontrano troppo spesso. Meglio potersi alleare piuttosto che scontrarsi, no?

Dopo quasi venti anni di disattenzione e sottovalutazione verso la Cina, che trovano l’apice nelle due visite lampo di Berlusconi del 2003 e 2008 ( i cinesi le hanno registrate nel loro guinness dei primati), è ora che i rapporti tra i nostri due paesi diventino più una routine che una pratica formale da espletare come un obbligo istituzionale.

Tutti i cancellieri degli ultimi tre governi tedeschi, sono stati in Cina spesso anche più di 3 volte all’anno. Ricordo che addirittura il cancelliere Schröder aveva quasi un appuntamento fisso con la Cina ogni 8-10 settimane, venendo anche solo per discutere una pratica specifica o a inaugurare una ennesima fabbrica tedesca in Cina. Se ci fosse un cambio di direzione da parte dei nostri governi e a investire più tempo con i loro colleghi cinesi, avremmo forse un po’ più di attenzione rispetto le nostre aziende e attività in Cina, uscendo dalle pagine rosa dei media ed entrando in quelle del business.

Dovremo quindi lavorare molto per portare il nostro nome ai livelli degli altri stati europei più attivi e presenti in Cina da tempo.

Abbiamo visto troppe visite di governatori di regione e di ministri con stuoli di portaborse, mogli, amici e giornalisti e poi anche qualche imprenditore con le idee poco chiare su cosa fare in Cina. Quasi sempre con pochi progetti concreti, grande curiosità poi sfociata nei mercatini del falso di Shanghai e Pechino, ma spesso poco interesse reale da parte dei cinesi, a parte la solita cortesia.

E’ ora di alzare il tiro e di stabilire percorsi concreti per costruire progetti strutturati tenendo conto che le nostre aziende sono troppo piccole per affrontare da sole un mercato come quello cinese. Ecco che quello che per noi è stato finora un paese difficile, potrebbe essere un’opportunità di aggregazione di aziende, se riuscissimo ad avere un supporto concreto dal governo ma specialmente dalle banche italiane.

So che mi si contesteranno alcuni dati in crescita positiva degli ultimi anni della nostra bilancia dei pagamenti con la Cina, ma dobbiamo ricordare che partendo da molto in basso, ogni raddoppio di valore di scambio commerciale con la Cina potrà sembrare una grande cosa, ma in valore assoluto rispetto i grandi paesi europei, restiamo sempre molto indietro.

Se vogliamo prenderci in giro, allora crediamo alla favola che le cose vanno bene, che i rapporti sono idilliaci, che i cinesi sono bravi e desiderosi di farci fare tante belle cose, che verranno in massa in Italia a salvare le nostre sorti. Purtroppo certe cose ce le dobbiamo invece guadagnare. Finora abbiamo fatto ben poco rispetto altri paesi che avevano capito già 30 anni fa che cosa sarebbe diventata la Cina ! Senza contare che in Cina come in Giappone ci sono aziende europee presenti già dal 1870, e ancora operative!

Una delle ragioni è anche la nostra presenza ridotta in Cina che rappresenta meno del 0.5% sugli investimenti esteri medi annui, una briciola rispetto quanto ci si aspetterebbe da un paese come l’Italia ed un tessuto industriale come il nostro. Persino l’Olanda ci surclassa e questo è inaccettabile.

Essere in Cina a produrre non vuole dire perdita di lavoro in Italia, ma nuove opportunità e un mercato che si espanderà sempre di più, e lo sarà solo per chi è presente e strutturato e non per chi pensa di fare business standosene dietro la trincea "sicura" in Italia, e con l'alibi del Made in Italy.

Con la speranza di vedere ancora il presidente Monti in Cina già prima dell’estate, e non solo qualche ministro o sottosegretario, ma lui in persona, seguendo il buon esempio dei suoi colleghi europei.

Noi restiamo a guardare e a sentire le novità che emergeranno dagli incontri.

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