Mambo
27 Marzo Mar 2012 0738 27 marzo 2012

Le parole di Monti e Bersani e i silenzi di Prodi sull'articolo 18

Proviamo a decifrare la giornata di ieri con gli strumenti di osservazione messi a disposizione dalle cosiddette fonti aperte, cioè quelle che vedono tutti. E’ un metodo di indagine assai diffuso nei servizi segreti e può essere utile anche alla politica. Il primo dato che emerge è che il Pd ha ritrovato la sua unità interna attorno alla manomissione dolce, o tedesca, dell’articolo 18. Il secondo dato viene da molto lontano e racconta di un premier, in viaggio per l’Asia, molto irritato che non ci tiene a farsi “andreottizzare”, cioè a restare al governo a qualunque costo. Il terzo viene da un punto di osservazione a noi più vicino ed è costituito dalla lunga e bella intervista di Romano Prodi a Linkiesta. Lo scenario che l’esame incrociato dei tre fatti mostra può dar vita ad alcune conseguenze: la prima dice che l’unità interna al Pd nuoce alla stabilità politica. Ma vale anche il contrario: cioè che il Pd potrebbe pagare un prezzo altissimo alla stabilità politica. Non è una questione di poco conto.

Se le parti restano sulle proprie posizioni, se cioè Bersani tiene duro sull’articolo 18, come credo farà, e se Monti dovesse interpretare questa posizione come un vulnus alla strategia del suo governo la crisi sarebbe alle porte. “Libero” oggi si spinge a scrivere che si voterà ad ottobre. Molti osservatori indipendenti credono che il governo Monti sia al capolinea, comunque. Se questi presagi infausti dovessero avverarsi il quadro a contorni netti che abbiamo illustrato all’inizio potrebbe cambiare. Potrebbe cioè cambiare posizione e ruolo Monti, potrebbe cambiare la dinamica interna al Pd. In che senso Monti potrebbe cambiare posizione e ruolo? Nel caso di una crisi immediata del governo, Monti potrebbe essere sollecitato, di fronte alle elezioni anticipate e ancora una volta di fronte a un peggioramento della crisi italiana ( spread a palla e via dicendo), a scendere in campo con la sua famosa lista.

Questa ipotesi il premier l’ha sempre esclusa ma l’ha fatto a bocce ferme, se la palla cominciasse a girare vorticosamente molti lo solleciterebbero a non restare alla finestra. Se ciò dovesse accadere o dovesse solo essere annunciato, l’unità interna del Pd andrebbe a farsi benedire. Molti montiani assoluti militano nel Pd, si sono, cioè, identificati con il professore e soprattutto osteggiano la svolta a sinistra di Bersani e D’Alema. La stessa svolta a sinistra del Pd aprirebbe lo scenario su chi dovrebbe guidare il nuovo-vecchio corso. D’Alema si è prenotato, Bersani è in campo da tempo ma la radicalizzazione dello scontro può dar spazio a figure alternative, a cominciare da Nichi Vendola. Sulla destra dello schieramento politico si ripresenterebbe lo scenario pre-94, cioè la tentazione, che allora fu vincente, di una chiamata alle armi del popolo di destra, moderati e radicali, contro la sinistra. Nessuno oggi sa come potrebbe andare a finire. Il vincitore certo non c’è, come nel ’94. Come si vede nel giorno del furore di Monti e del compiacimento unitario del Pd ciò che emerge è una accelerazione della crisi sistemica.

In questo quadro si inserisce l’intervista di Romano Prodi. Che ha due punti di rilievo politico. Il primo è il silenzio sull’articolo 18. L’ex premier ha taciuto perché in dissenso con Monti o con il partito che ha fondato? Non azzardo ipotesi, ma resta il dato nudo e crudo. Il secondo è che Prodi ha, unico nel panorama politico e culturale italiano, abbozzato un progetto sul destino produttivo del paese. Prodi nella sua intervista di ieri ha scritto un vero manifesto per la rinascita indicando settori da espandere, criteri per la sopravvivenza delle imprese, scenari internazionali del nostro mondo produttivo. Leggetela bene l’intervista e troverete quali imprese possono essere alla base del nostro rinascimento, con quali dimensioni, con quale rapporto con il mercato interno e esterno, con quale Stato. Il Prodi de Linkiesta è tornato il professore che mise la sua visione al servizio del paese nel suo primo governo, quando impose il tema dell’Europa. Nel Pd molti lo vedono definitivamente pensionato e appartato, ma Prodi con questo assaggio di politica economica mostra invece di aver cose da dire e di saper rivolgere il suo sguardo a tutto campo.

E’ un modo intelligente per candidarsi alla presidenza della Repubblica. Soprattutto è un modo intelligente per stare dentro il dibattito nel centro-sinistra. Fra qualche settimana o fra qualche mese la politica sarà sempre più avvitata in se stessa, il Pd oscillerà fra tensioni e riconciliazioni, Monti dovrà decidere quel che farà da grande. Sarà allora che Prodi getterà sul tavolo le sue carte. Forse arriva troppo tardi, forse il suo rapporto con il centro-sinistra è troppo logorato. Ma questo schieramento sarà costretto a fare i conti con l’unico suo leader che ha vinto qualcosa e che soprattutto ha qualcosa da dire.

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