A mente fredda
28 Marzo Mar 2012 2037 28 marzo 2012

Legge elettorale: il “porcellum” ha grossi problemi, il (possibile) sostituto non li risolve

Si parla di sistema tedesco e spagnolo, tirando in ballo i modelli di correzione del proporzionale forse più efficienti sulla piazza. Ma gli effetti che in quei paesi si possono verificare con determinate distribuzioni del voto qui avvengono in modo meccanico e preordinato, sopra la testa degli elettori, e i paragoni impropri con l'estero non servono ad altro che dare nuova legittimazione al mantenimento della caratteristica peggiore del "porcellum" alla Camera: la predeterminazione dei rapporti di forza.

Il limite maggiore di questo sistema è il fatto che esso dà agli elettori l’impressione che il gioco elettorale non si svolga secondo le regole.

Era il 1951 quando il grande politologo francese François Goguel usava queste parole per descrivere al pubblico colto americano la legge con cui si erano svolte le elezioni politiche in Francia in quell’anno, quando per evitare una eccessiva presenza comunista e (in misura minore) gollista all’Assemblea nazionale si era escogitato un sistema per cui la coalizione che prendeva la maggioranza assoluta dei voti in un dipartimento otteneva tutti i seggi del dipartimento, con una correzione maggioritaria che però guarda caso non si applicava alle circoscrizioni dell’area metropolitana e della banlieue parigina, ovvero là dove il PCF aveva la possibilità di competere per la maggioranza. La frase individua un elemento imprescindibile che deve caratterizzare una legge elettorale che funzioni: i cittadini devono capirne i meccanismi con facilità, intuire le ragioni per cui a un certo risultato numerico corrisponde una certa determinazione dei seggi, e devono poter controllare ogni passaggio in modo da sapere quale scelta compiere per cercare di raggiungere un certo risultato. Se questo controllo viene meno, gli elettori non hanno più in mano il “timone” delle elezioni, e rischia di entrare in crisi ogni sano rapporto di rappresentanza tra cittadinanza e istituzioni politiche.

Le parole di Goguel mi sono risuonate in testa non appena ho cominciato a leggere la proposta di legge elettorale che sembra essere maturata dall’accordo tra i partiti della maggioranza. Certo, veniamo da un sistema che ha deficienze così evidenti che era impossibile peggiorare; tuttavia, i limiti e i problemi strutturali del cosiddetto “porcellum” sono nel migliore dei casi attenuati, mai risolti, ed anzi scientemente riproposti.

Andiamo con ordine. La legge elettorale firmata da Calderoli ed entrata in vigore per le politiche del 2006 nasceva dal concorso di due necessità. Da un lato, l’istituzione di un proporzionale in qualche modo “corretto” si rendeva necessario alla conclusione del “mercato delle vacche” tra le forze della maggioranza che aveva portato alla stiracchiata proposta di riforma costituzionale della devolution: a fronte della Lega che otteneva un imbastardito “federalismo” e di Forza Italia che vedeva disegnato nel premier una carica abbastanza potente da essere degna di Berlusconi (quale carica poi non importava: i progetti costituzionali del partito si sono in fondo sempre ridotti a questo), l’UDC premeva per abbandonare il maggioritario, non tanto per avere più seggi, ma per poter acquisire, in prospettiva, un rinnovato potere contrattuale grazie alla sua posizione al centro dello schieramento, e AN pur contenta per il rafforzamento dell’Esecutivo chiedeva, per bocca di Fini, di non abbandonare la conquista di un più o meno strutturato bipolarismo. Venne quindi fuori, per la Camera, una legge elettorale proporzionale con un balordo premio di maggioranza di coalizione fatta apposta per salvare capre e cavoli. (Rimando ad altra sede la discussione sul Senato, dove tutto questo si è infelicemente incontrato con la dichiarata volontà berlusconiana di limitare al minimo l’impatto di quella che nel 2005 sembrava una certa vittoria dei suoi avversari).

Bene: come il suo predecessore anche questo nuovo sistema nasce come risultato di una serie di compromessi tra interessi contrastanti, non come il frutto di una elaborazione tecnica che ricerchi un funzionamento d’insieme dei meccanismi di traduzione dei voti in seggi così da coniugare funzionalità delle maggioranze e rappresentatività. Gli strumenti tecnici utilizzati, del resto, sono molto simili a quelli del 2006. Ancora una volta si ricorre al proporzionale perché obbligati da uno dei partiti che partecipa al compromesso, ma si cerca di evitare come la peste che il proporzionale abbia l’effetto per cui è stato inventato, ovvero di rappresentare proporzionalmente i rapporti di forza tra le principali tendenze politiche del paese.

Questo di per sé potrebbe anche essere legittimo, visto che i sistemi di rappresentanza proporzionale più efficienti e moderni non inseguono certo la riproduzione più esatta possibile dei voti nei seggi. Da questo punto di vista potrebbe anche essere giusto il richiamo ai proporzionali “spuri” tedesco e spagnolo. In questi due casi, però, l’accesso alla ripartizione dei seggi è regolato in maniera chiara, così che un elettore abbia immediatamente idea di quali effetti potrà avere un certo voto nella distribuzione dei posti in Parlamento: in Germania occorre superare il 5%, oppure ottenere delle vittorie nei collegi uninominali attraverso i quali sono selezionati la metà dei parlamentari; in Spagna le ridotte dimensioni delle circoscrizioni (in media sette seggi ciascuna) fanno sì che le forze politiche maggiori siano favorite e i partiti minori possano avere rappresentanza solo se rappresentano una forza di buon peso a livello locale.

In estrema sintesi, in Germania e Spagna succede benissimo che alcune forze politiche pur prendendo voti non ne prendano abbastanza per entrare in Parlamento, che alcuni partiti pur non avendo molti voti concentrino il loro consenso in modo da risultare rappresentativi di un’area e acquisire un "diritto di tribuna", e che i partiti più forti siano sovrarappresentati e possano quindi formare governi stabili anche senza aver ottenuto la maggioranza assoluta alle urne. Però tutti questi effetti di distribuzione che altrove hanno luogo indirettamente, sulla base delle specifiche situazioni di concentrazione del consenso che il comportamento degli elettori fa verificare, in Italia si cerca di farli avvenire per decreto: si è individuata una soglia al di sotto della quale i partiti non sono rilevanti, ma si riserva a qualcuno di questi partiti qualche seggio senza nessun particolare motivo che non sia il fatto di aver preso lo 0,03% in più o in meno per puro caso; invece degli accordi di desistenza, che quantomeno richiedevano il consenso degli elettori che dovranno votare spesso per un partito non loro, si promuovono (ancora, a causa dell’obbligo di indicare il candidato premier) apparentamenti che finiranno per incrementare il peso dei partiti coinvolti in modo del tutto artificiale sopra la testa di chi li vota; soprattutto, ci si è impuntati a voler utilizzare l’arcaico, trogloditico e palesemente inefficiente premio di maggioranza, che fa entrare in Parlamento decine di persone che nessuno ha eletto, consegnando ad alcuni partiti seggi per cui nessuno ha votato. Insomma, quello che con altre legislazioni elettorali avviene se ci sono buone ragioni per cui avvenga, in Italia si verifica secondo scelte preordinate. Se i sistemi tedesco e spagnolo, che sono stati chiamati in causa per dare una parvenza di giustificazione alla nuova legge elettorale, garantiscono nella misura del possibile che gli effetti manipolativi dell’attribuzione dei seggi siano nelle mani degli elettori, i quali mantengono il controllo di quanto succede e possono, in alcuni casi, evitare che certi meccanismi scattino o limitarli, qui da noi la manipolazione avviene con schemi rigidi e automatici senza che in sostanza chi vota possa controllarla.

Da Madrid e Berlino, quindi, si sono copiati alcuni effetti che là possono verificarsi nei termini che si vogliono qui (e magari lo fanno anche con regolarità per ragioni legate alla natura del consenso, ai comportamenti elettorali diffusi, alla strutturazione del sistema partitico), ma non gli strumenti tecnici attraverso i quali gli elettori fanno in modo che si verifichino. L’utilizzo simultaneo di diritto di tribuna fisso, apparentamenti rigidi e premio di maggioranza predeterminato (eventualmente con il combinato disposto delle liste bloccate, che comunque non rappresenta la questione più grave) sembra dettato innanzi tutto dalla volontà di preservare, sebbene in forma attenuata, una delle caratteristiche più esecrabili del “porcellum”, ovvero la sua capacità di predeterminare la distribuzione di gran parte dei seggi qualunque sia il risultato delle consultazioni elettorali. Di solito chi vince le elezioni si sa abbastanza in anticipo, e tutto il problema sta nel vedere come le vince: se con qualunque risultato numerico il soggetto che arriva primo ottiene una maggioranza più o meno sempre uguale, nei numeri (come prima) o quantomeno nei rapporti di grandezza con le altre forze presenti (come sembra succederà ora), e se gli elettori non hanno alcuna possibilità di modulare questi effetti attraverso le sfumature delle loro scelte, allora gran parte del senso delle elezioni si perde. Sempre in forma attenuata rispetto alla legge del 2006, è quasi come se la forza spettante ai gruppi di maggioranza, al principale partito di opposizione e ai soggetti minori fosse già in larga misura stabilita a priori, e agli elettori spettasse soltanto di decidere quale partito svolgerà ogni ruolo, quasi senza cambiamenti sostanziali anche a fronte di rapporti di forza nel consenso popolare sostanzialmente diversi.

Non c’è bisogno di sprofondare nell’antipolitica per dire che questo genere di leggi elettorali che continuiamo a veder nascere qui da noi può essere solo il parto di una classe politica che cerca il rapporto con il corpo elettorale solo nella misura strettamente necessaria ad acquisire la propria legittimazione ad esistere: ritiene di aver trovato per conto suo quali possono essere le dimensioni ideali dei soggetti parlamentari affinché essi possano svolgere le loro funzioni sistemiche, e non vuole vederle cambiare . Se è vero, come è vero, che la crisi delle nostre istituzioni nasce da una crisi del rapporto del personale politico e dei partiti con i cittadini, il “porcellum” ha avuto enormi responsabilità nell’aggravare queste tendenze già in atto e la nuova proposta di legge non fa praticamente nulla per risolvere i problemi e ravvivare la partecipazione degli elettori alla formazione delle istituzioni e alla loro vita.

Non mi resta che concludere questo cahier de doléances con un monito che nasce dal passato per chi intende proseguire imperterrito su questa strada: i tentativi più smaccati di predeterminare i rapporti di forza parlamentari attraverso arditi progetti di ingegneria elettorale sono destinati a fallire, spesso a causa di conseguenze impreviste. È in fondo sotto gli occhi di tutti l’esito finale del “porcellum”: dopo la relativa stabilità istituzionale del maggioritario maturo esso ci ha dato due legislature, una durata meno di due anni, e l’altra non interrotta solo perché altrimenti si rischiava il fallimento. Peggio ancora, pur essendo nato per preservarle, ha contribuito in maniera determinante a dissolvere le già traballanti coalizioni preesistenti in un crescendo di particolarismi che ha paradossalmente raggiunto il suo culmine poco dopo l’apparente semplificazione del confronto politico sull’asse PD-PDL; infatti, i due “super-partiti” che si erano formati non erano altro che l’agglomerato di convenienza di gruppi sparsi, sostanzialmente privi di un contatto diretto con i cittadini proprio a causa dei perversi meccanismi elettorali.

Ma ci sono casi illustri anche più antichi. La legge elettorale francese del 1951 da cui sono partito, ad esempio, accompagnò mestamente il declino della IV Repubblica, promettendo una stabilità di governo che non sarebbe mai arrivata fino a quando le istituzioni ormai logore si trovarono ad affrontare con la questione algerina una crisi più grande di loro. E che dire di quanto sarebbe accaduto in Italia due anni dopo, con un tentativo di correzione maggioritaria della legge elettorale destinato a fallire, prima ancora che per il quorum mancato di un soffio, per l’evidente erosione di consenso che procurò ai partiti di centro? Anche allora c’era in ballo un bel premio di maggioranza, evidentemente un vecchio pallino qui da noi. E non si aveva timore a parlare di “truffa”, anche se rispetto a quanto ci stanno riservando questi tempi i democristiani del 1953 si sono rivelati dei gran signori.

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