Marta che guarda
29 Marzo Mar 2012 0917 29 marzo 2012

The Raven, di James Mc Teigue

Quando ero piccola, avrò avuto 6 o 7 anni, mio fratello maggiore e la sua amica Sonia si divertivano in un modo un po’ strano: facevano sedere me e la sorellina di Sonia in una stanza quasi del tutto buia e mentre Sonia ci leggeva i racconti di Edgar Allan Poe, mio fratello, nascosto in un armadio, faceva il rumorista (il cuore che batteva sotto il pavimento, i passi del gatto nero, il grido del corvo, qualcosa di appropriato per la Morte Rossa che ora non ricordo...).
Quei pomeriggi si concludevano ogni volta con i pianti di noi piccoline e la solita domanda di mia madre: ma perché diavolo accetti di partecipare a questo gioco che ti terrorizza?!?
Il fatto è che la paura esercita un fascino misterioso e potente e noi, le due sorelline minori, non sapevamo resistere a queste emozioni, nonostante tutto.
Da allora mi è rimasto una sorta di terrore reverenziale nei confronti di Edgar Allan Poe e, memore di quei pomeriggi, non ho mai avuto il coraggio di leggere da sola i suoi racconti.
Quando ho visto che era uscito The Raven, con lo stesso regista di V per Vendetta, un film che mi era piaciucchiato, ero tutta contenta: ho pensato infatti che vedere questo thriller ispirato alle ultime e realmente misteriose settimane di vita dello scrittore americano potesse essere una buona occasione per vivere una sorta di catarsi, che mi avrebbe liberato da quelle memorie antiche e censorie e avrebbe potuto riavvicinarmi alla lettura di racconti che Charles Baudelaire, per dirne uno, amava moltissimo.
Non è andata così. E non perché il terrore non abbia la possibilità di scacciare altro terrore, ma perché qui di terrore se ne prova poco.
Intanto è un thriller che ripete il solito schema di mille altri film di paura: c’è un assassino seriale che si ispira a testi specifici (spesso la Bibbia, in questo caso i racconti di Poe) e inizia una sorta di caccia al tesoro con l’ispettore del momento e/o con l’autore di quei testi.
Solo che se questo schema non lo realizzi al meglio, con colpi di scena inaspettati e un ritmo mozzafiato, diventa di una noia mortale. Appunto. Se poi sbagli il cast è un disastro: il Poe di John Cusack, che pure altrove mi è spesso piaciuto, sembra un tontolotto di provincia e la sua bella (Alice Eve) è troppo californiana vitaminizzata per apparire verosimilmente una dama di metà Ottocento.
Che altro? I dialoghi pretendono di ispirarsi al linguaggio poetico di Poe, ma risultano affettati e ridicoli e finiscono per smorzare anche i momenti di vera tensione presenti del film.
La ciliegina finale sono i titoli di coda: talmente brutti e stonati che mi sono perfino chiesta se appartenessero a un altro film.
In fondo, però, The Raven un risultato con me lo ha ottenuto lo stesso: ho deciso che davvero ora leggerò almeno una raccolta di racconti di Edgar Allan Poe, finalmente. Ma non certo per un’avvenuta catarsi, bensì per ridare la solennità perduta a quello scrittore che ha permeato tutti i miei incubi da bambina, qui ridotto a macchietta goffa e sospirante. Con buona pace del maestro del mistero.

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