La Nota Politica dei Ventenni
31 Marzo Mar 2012 1214 31 marzo 2012

Caro On.Calearo, Le scrivo per dirLe quanto ci ha indignato e umiliato

Caro On. Calearo,

mi permetto di scrivere ad un onorevole Deputato, direttamente e in prima persona, per raccontarLe un’emozione. O meglio, uno stato d’animo.

L’unica cosa che può allietare le ore, che un’automobilista è costretto a passare nel traffico di una grande città, è il piacevole sottofondo e la fedele compagnia della radio.
Ammetto, però, che giovedì pomeriggio di tale distrazione ne avrei fatto sinceramente a meno. E con il senno di poi, Le confesso che avrei dovuto e preferito spegnerla e non sentire le dichiarazioni, che ha rilasciato a “La Zanzara” di Giuseppe Cruciani.

Apprendo, con un brivido di stupore e rammarico, che, “anche per motivi familiari”, dall’inizio dell’anno, abbia frequentato la Camera dei Deputati solo 3 volte e non abbia il piacere – forse - e l’orgoglio – chissà - di intrattenersi con gli esimi colleghi, costretti, purtroppo, a portare il fardello della rappresentanza popolare, nell’ora più grave e difficile per il Paese.

Capisco come sia frustrante e riduttivo per Lei, così impegnato e oberato tra attività imprenditoriale e responsabilità parlamentari, essere costretto e limitato alla sola funzione di “schiacciare un pulsante”. La pressione del dito, seppure onorevole, è davvero una ‘diminutio’ e un insulto all’intelligenza e alla competenza di chiunque. La capisco e non la biasimo perché abbia deciso di “rimanere a casa a fare l’imprenditore”. Gli affetti e gli affari, sempre al primo posto. Il Paese, può aspettare. Tanto ci sono gli altri.

Comprendo,quindi, come di questa incombenza, abbia convenuto di poter fare a meno, abdicando al suo ruolo istituzionale. Non è proprio da Responsabili.
Tralasciando le peripezie parlamentari e il passaggio carontesco da una sponda all’altra dell’Aula, non Le nascondo, però, che la mia comprensione finisce qui.

E in tutta franchezza, non esito a dirLe che il contenuto dell’intervista mi ha profondamente avvilito e indignato. Non per le esternazioni, quantunque fuori luogo, sugli omosessuali: “Due gay che si baciano? Mi fa schifo, lo facciano a casa loro. Mi giro dall’altra parte. Io sono normale e mi piacciono le donne. I gay hanno altri gusti. Io ho i miei normali e mi tengo i miei. Il matrimonio? Per carità, no…”.

Rientra nell’opinione e nel convincimento personale, in quanto tale incoercibile.

Piuttosto, alcune altre affermazioni hanno urtato la mia sensibilità di giovane e rappresentante di una generazione, rimasta, ormai orfana, di modelli cui ispirarsi, padri da imitare e prospettive di stabilità.
Più che commentarle, meglio riportarli testuali:
Con lo stipendio da parlamentare – ha continuato ad affermare – pago il mutuo della casa che ho comprato, 12mila euro al mese di mutuo. E’ una casa molto grande…”. Lì la sua Porsche “targata slovacca. L’ho comprata lì perché ho un’attività in quel paese con 250 dipendenti. E poi in Slovacchia si possono scaricare tutte le spese per la vettura. In Italia no”.

Mi dispiace che non abbia sentito l’opportunità di tenere per sé queste considerazioni. Mi dispiace che molti miei coetanei, schifati da questa politica affarista e menefreghista, che le hanno ascoltate e con cui le ho commentate, sentano ancora più netta la distanza della politica e dei suoi esponenti dalle condizioni del paese reale.

E, ancor di più, prendere comune coscienza di quanto sia infima la stima che nutriamo verso l’attuale classe dirigente.
L’antipolitica e le possibili conseguenze pericolose, che porta con sé, siatene consapevoli, l’alimentate Voi stessi, anche con queste dichiarazioni.
Sono indignato, si, e lo ammetto. Anche perché noto con dispiacere che con l’art 98 della Costituzione non abbiate un buon rapporto, qualora l’aveste mai letto. Recita che “i I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.” Ci rifletta, Calearo, e magari riscoprirà il dovere, dalla sua posizione, di servire il Paese.

Onorevole, è triste ammetterlo, ma doveroso ricordarlo quanto siano errati e da ripensare i criteri di selezione della classe dirigente e parlamentare.
Avrebbero dovuto stigmatizzarle ufficialmente, le sue parole, le Istituzioni, che tacciano. Rimarrebbe una sola cosa da fare, per rimediare all’offesa agli italiani. Dimettersi, ma l’Italia non è un Paese per (di)missionari.

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