Lezioni di Tango
31 Marzo Mar 2012 0244 31 marzo 2012

Le cose che ho imparato da uno che sulle Falklands ci è stato davvero – pure lui

Con l’avvicinarsi dell’anniversario della guerra delle Falklands (o Malvinas, come le si chiama in Argentina), scoppiata il 2 Aprile di 30 anni fa, era inevitabile che anche Repubblica pubblicasse un reportage sulle isole.

Qualcosa di storico, certo – ma giusto quanto basta – possibilmente con un taglio giovane e accattivante, per colpire anche l’attenzione dell’hipster troglodita 2.0 con limitato attention span, che delle rinnovate scaramucce diplomatiche tra i due paesi non sa nulla – men che meno di quella guerra vera di trent’anni fa tra la dama-di-ferro e i dittatori argentini cattivi.

Il risultato? Né carne né pesce. Un resoconto dagli antipodi che strizza l’occhio a Wikipedia, scialbo e poco accattivante. Forse perché nessuno di Repubblica ci è effettivamente stato, alle Malvinas; forse perché il reportage è stato tradotto dal Guardian e malamente mutilato dei suoi pezzi migliori, quelli di colore.

Il più notevole giornale italiano si è come al solito limitato al compitino, traducendo in maniera dovuta quello che gli altri hanno saputo fare meglio e in anticipo (tutto un problema di risorse, in fondo, e di priorità).

A questo punto, ho pensato, un piccolo pezzo di colore sulle Falklands lo faccio pure io. Perché no.

Magari, però, facendo una vera intervista. Magari con qualcuno che ci è appena stato, alle Malvinas. Giusto per tentare – almeno, tentare – di ritrasmettere al lettore lo stesso fremito di interesse provato al tavolino di un bar, registratore in mano.

Se deve essere pezzo di colore, che pezzo di colore sia.

Ecco qualcosa che non sapevamo – o che semplicemente non avevamo avuto tempo e modo di immaginare – sulle Falklands/Malvinas, raccontato dall’ex corrispondente BBC Daniel Schweimler* fresco di ritorno proprio dall’arcipelago conteso.

Ai kelpers, come sono chiamati i 3000 abitanti delle isole, di diventare argentini proprio non interessa. Stanno bene così. Hanno sette pub, un solo albergo, una banca aperta solo quattro ore al mattino (che scambia una valuta inutile nel resto del mondo, la sterlina delle Falklands), un solo volo che li connette alla terraferma una volta a settimana… ma a loro sta bene così. Gli piace tenersi il bus rosso a due piani, la cabina telefonica rossa e la guida a sinistra. Di Cristina Fernandez, la presidentessa argentina, proprio non vogliono sentire parlare.
[…]
Ogni tanto, degli argentini vanno a visitare le isole. Sono per lo più veterani di guerra, che visitano i commilitoni caduti nel cimitero di Goose Green, nel bel mezzo dell’isola orientale, nel bel mezzo del nulla. Alla sera, tuttavia, è meglio che non si avvicinino ai 7 pub in cui i kelpers si ubriacano. Bevono molto, i kelpers.
Sarà la noia. E gli argentini non sono generalmente visti di buon occhio. Sono rispettati, ma nesssuno li accoglie a braccia aperte.
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Le Falklands sono il secondo territorio al mondo meno densamente popolato dopo la Groenlandia. Nell’isola orientale si vive a ridosso della capitale, Stanley. Nell’isola orientale, mi stupisco se ci sono più di 100 persone. Per lo più, accudiscono pecore o fanno bird-watching. Degli uccelli fantastici, laggiù.
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E poi ci sono i militari, che in città non si vedono mai, vivono nella loro base vicino all’aeroporto e non vanno mai neanche al pub. Ci sono inoltre le minoranze atipiche, come quei 350 cileni e quelle 600 persone originarie di Sant’Elena, colonia inglese sperduta nell’oceano, che qui ha esportato un misto di africani, cinesi e inglesi. In generale, mi sembra che la gente abbia un accento simile a quello del Somerset, da dove venivano i primi migranti oltre un secolo fa, con qualcosa di neozelandese. D'altronde, Nuova Zelanda e Falklands sono state accumunate per secoli da un elemento comune: le pecore.
[…]
A volte arriva una di quelle navi da crociera che fa il giro dei posti dimenticati da dio, come la South Georgia, l’Antartico, la Terra del Fuoco. I turisti sbarcano, visitano un museo, fanno due foto ai pinguini, toccano i sette pub, comprano qualche souvenir e ripartono. Ora anche il turismo è un settore portante dell’economia. Non soltanto pecore. C’è anche la pesca, con licenze vendute a compagnie asiatiche e spagnole che hanno fatto la fortuna degli abitanti dell’isola.
[…]
Vivere nelle Falklands è un’esagerazione della ‘britannicità’. E’ essere inglesi, ma all’eccesso. Difendono con passione argentina le loro origini britanniche. C’è passione in entrambi i lati.
E’ comprensibile: è gente che ha vissuto laggiù per nove generazioni, dal 1833, in un posto dove è dannatamente difficile vivere. Senza alberi, col vento freddo, dove sudi fin nelle viscere per sopravvivere. Vogliono solo che, come minimo, si riconosca loro il diritto di scegliere con chi stare.
[…]
A Londra non si segue la disputa sulla sovranità delle isole con lo stesso fuoco argentino. Quando gli argentini invasero le isole nel 1982, così si dice, la maggior parte dei Britannici pensò che l’invasione stesse avvenendo al largo della costa della Scozia. ‘Ovviamente risponderemo con le armi!’, dicevano gli infervorati.
Ma la verità è che nessuno aveva idea di dove fossero le Falklands.
Semplicemente, per noi non è un problema come lo è per gli argentini. Per loro è questione di orgoglio nazionale. Ognuno, in Argentina, ha un’opinione in materia. Molti si limitano a ripetere ‘las Malvinas son argentinas’ a pappagallo. Nel Regno Unito, al contrario, è miracolo che la gente sappia dove siano le Falklands.”

*Daniel ha coperto per la BBC tutto il Latino America, eccezion fatta per Venezuela e Brasile, fino al 2009. Ora che la BBC riduce lo staff e si ritira dal continente – cambiano i tempi – Daniel è corrispondente freelance per una televisione cinese con sede a Washington. I suoi capi, da Beijing, manovrano come burattini quattro pupazzi americani a Washington. Non poteva che essere altrimenti.

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