Degiovanimento
31 Marzo Mar 2012 1816 31 marzo 2012

Ministro o ministra? Direttrice o direttora? L'italiano da cambiare (a partire dalla lingua)

Le donne italiane non riescono a trovare adeguato spazio e piena valorizzazione e questo, come molti studi confermano, comprime le possibilità di crescita economica e di sviluppo sociale del paese. L’ostinata persistenza di freni alla partecipazione femminile al mercato del lavoro e all’accesso delle donne a posizioni di prestigio e potere, ha alla base anche fattori culturali. Da qualche tempo queste considerazioni hanno portato ad una riflessione anche sul linguaggio che usiamo, che riflette ancora un’inadeguata, vetusta e fuorviante impostazione maschilista della società e dei ruoli di genere. Ad esempio, da vari anni nei convegni internazionali chi presiede una sessione non è più indicato come “chairman”, ma come “chairperson” o semplicemente “chair”. Il linguaggio non è neutro, orienta il nostro pensiero e la nostra visione della realtà come ben racconta Orwell nel suo “1984”. In inglese bastano alcuni aggiustamenti, ma nella nostra lingua la situazione è molto più complessa, coerentemente con le nostre maggiori resistenze al cambiamento sociale.
Nel lessico italiano la parola “ministro”, ad esempio, vale solo al maschile. Da qualche tempo viene usato anche il termine “ministra” (http://www.treccani.it/vocabolario/ministra/) quando ci si rivolge ad una donna che fa parte dell’Esecutivo. Se poi una donna riuscisse a scalare il Colle, avrebbe il titolo di “Presidentessa della Repubblica”, ma potremmo anche chiamarla “Capa dello Stato”?
Quando ci si laurea si diventa dottore o dottoressa. Se poi si fa carriera nell’Università si può diventare professore o professoressa. Ma docente non ha corrispondente femminile. Anche ingegnere ha sinora resistito a qualsiasi variazione di genere. L’avvocato per le donne diventa invece avvocatessa. Perché queste differenze? Perché gli avvocati accettano il femminile e gli ingegneri no? Ma rimanendo sempre nel campo del diritto, se si deve emettere una sentenza lo si può fare come giudice, non come giudicessa (che indica semmai la moglie di un giudice). C’è poi chi preferisce il termine “direttora” al “direttrice”.
Un bel caos linguistico. Che fare? Nulla e vedere come questa anarchia lessicale evolve o innovare il nostro linguaggio in modo esplicito e consapevole, cercando la soluzione più adatta? Esistono premi istituiti per chi dimostra grandi teoremi ancora aperti o per chi propone la migliore innovazione tecnica in ambito informatico. Perché non adottare la stessa strategia per rinnovare la lingua italiana? Potrebbe farlo il Ministro Profumo cercando finanziamenti da fondazioni, associazioni o ricchi filantropi sensibili al tema. Sono certo che otterrebbe grande risposta soprattutto da parte della creatività femminile e giovanile, come accade già per la social innovation.
Se spontaneamente cambiamo la lingua per adattarla agli sms, a twitter, ecc., possiamo fare la stessa cosa anche per motivi più ambiziosi. Quello di un linguaggio comune nel quale uomini e donne possano riconoscersi pienamente, relazionarsi in modo efficace ed esprimersi con compiutezza, mi sembra un obiettivo non di poco conto.

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