Il capitale (umano)
1 Aprile Apr 2012 1348 01 aprile 2012

Qualcuno dica alle famiglie (e a Profumo) che i compiti a casa fanno bene

Tutto è partito dalla protesta dei genitori degli studenti francesi che hanno urlato “Basta con i compiti a casa!”. In un attimo, l’urlo ha attraversato le Alpi ed è stato fatto proprio da un Ministro molto “sensibile” agli umori delle famiglie (elettori?). I compiti a casa vanno aboliti o quanto meno sostituiti con qualcosa di più contemporaneo (lavoro in gruppo, interazione web-based e via fuffeggiando …).

Peccato che i dati raccontino una storia un po’ diversa: i compiti a casa sono utili e hanno un effetto positivo sulla qualità degli apprendimenti degli studenti. Ma procediamo con ordine.

Primo: È vero che gli studenti sono così tartassati dai carichi di lavoro extra-scolastico? Che differenze ci sono tra i sistemi scolastici dei maggiori paesi europei?

L’indagine internazionale Health Behaviour in School Aged Children che coinvolge oltre 40 paesi ci permette di dare una risposta a questa domanda. Nel grafico che segue riportiamo i risultati di una elaborazione sui dati dell’edizione 2005/06 (quelli del 2010 non sono ancora disponibili per un confronto internazionale, ma dalle edizioni precedenti si evince che il dato è abbastanza stabile nel tempo).

Appare chiaro che rispetto alla media dei 40 paesi coinvolti, gli studenti Italiani appaiono significativamente più stressati dal carico di lavoro che sono tenuti a sopportare per la scuola, mentre i cugini francesi se la passano molto meglio. Si direbbe che in Francia i compiti stressino più i genitori che i figli.

Secondo: È vero che i compiti a casa non servono?

Prendiamo sul serio il forte disagio degli studenti italiani e cerchiamo di capire cosa comporta in termini di rendimento scolastico e qualità degli apprendimenti. Ebbene, se si mettono in relazione il livello di stress dichiarato dagli allievi e la regolarità dei percorsi scolastici (bocciature) come viene fatto in questo lavoro, si osserva che, in I media, a parità di altre condizioni, chi dichiara di sentirsi stressato “Almeno un po’" o "Abbastanza" o "Molto” ha una probabilità di essere bocciato inferiore del 29% rispetto a chi dichiara di non sentirsi “Per niente” stressato. In III media, questo vantaggio sale al 41%.

Ma la ragione non va necessariamente cercata nel “senso del dovere” che bisogna instillare nei nostri giovani virgulti. Secondo alcuni pedagogisti e psicologi dell’età evolutiva, i compiti a casa, oltre ad essere genericamente importanti per l’apprendimento, segnalano all’allievo l’interesse che la scuola ha per la sua riuscita se valorizzati come una prova di fiducia degli insegnanti: “ti do il compito perché so che puoi fare da solo”. Quanto spesso questo succeda, però, non è dato sapere.

Ma qual è l’influenza dei compiti a casa sugli apprendimenti?

Per rispondere a questa domanda ci si può avvalere delle informazioni raccolte in un’altra indagine internazionale: Trends in International Mathematics and Science Study nella sua edizione del 2007 (i dati della 2011 non sono stati ancora pubblicati).

Se si provano a spiegare i livelli di apprendimento in matematica e scienze degli studenti italiani di III media (grado 8) considerando tra le determinanti anche l’impegno profuso nello studio a casa, come in questo lavoro, si ottengono i risultati riportati nel grafico che segue.

Il punteggio nei test di matematica e scienze sale quasi linearmente con le ore di studio domestico (per matematica, oltre una certa soglia il beneficio marginale delle ore di studio tende a decrescere).

Qual è la conclusione dunque? Massacriamo i nostri studenti con carichi di lavoro sempre maggiori?

No, sarebbe molto semplicistico e forse velleitario. I compiti a casa hanno degli effetti collaterali: possono essere uno dei canali attraverso i quali si amplificano i divari di apprendimento tra studenti appartenenti a diversi gruppi sociali. Il background socio-culturale degli allievi e dunque il livello di attenzione e supporto delle famiglie nelle pratiche di studio domestico determina, oltre che l’impegno, l’efficacia dello strumento.

È facile calcolare, sempre sui dati TIMSS, rispetto a uno studente con genitori istruiti fino alla licenza media, un figlio di diplomati ha una probabilità del 15% più alta di dichiarare un maggior tempo speso a fare i compiti a casa. Per un figlio di laureati la probabilità si incrementa del 23%. D’altro canto, anche in assenza di tempo disponibile per i genitori più istruiti, l’associazione di titoli di studio elevati con condizioni di reddito più favorevoli fa si che in queste famiglie si possa sopperire ricorrendo alle “lezioni private”.

In definitiva, i compiti a casa fanno bene, ma senza il giusto supporto domestico, possono contribuire ad accentuare i divari di apprendimento su base socio-culturale. Come se ne esce?

Una risposta molto semplice è quella di estendere il tempo scuola al pomeriggio e utilizzare le ore in più non per attività scolastica ordinaria, ma per individualizzare l’offerta formativa basandola su attività integrative e di recupero per coloro che sono in ritardo e attività di potenziamento e approfondimento per gli altri. Ad esempio, nelle nostre scuole primarie si fa un più limitato ricorso alle attività di studio extra-scolastiche rispetto alle medie (vedi grafico successivo) anche perché ci si focalizza su poche discipline fondamentali e sui contenuti del sapere trasversali a più ambiti, anziché indulgere nell’estrema parcellizzazione dei saperi, e si può contare su un tempo scuola più esteso. E considerati i risultati ragguardevoli delle nostre primarie nelle comparazioni internazionali in termini di efficacia ed equità, si direbbe che, pur nelle dovute differenze, questo modello educativo possa indicare delle valide soluzioni per alcuni dei problemi riscontrati nei gradi successivi.

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