A mente fredda
2 Aprile Apr 2012 2240 02 aprile 2012

Le preferenze non ci salveranno se non cambieremo rapporto coi partiti

Cari lettori, dimenticatevi le preferenze”: era questo il titolo di uno dei primi commenti usciti su questo sito alle voci su una nuova legge elettorale. Da buon giornalista, l’autore riprendeva effettivamente un tema che sta molto a cuore all’opinione pubblica quando si parla della legge elettorale attuale, ovvero l’utilizzo di liste bloccate che, solo queste, come se non ci fosse ben altro di esecrabile nel “porcellum” toglierebbero ai cittadini la possibilità di esprimersi.

Il discorso pubblico sull’assenza delle tanto cruciali preferenze, del resto, si è stratificato nel corso del tempo. Come gran parte degli elementi caratterizzanti la legge elettorale attualmente in vigore, anche il blocco delle liste è dovuto essenzialmente al caso. Come ho già spiegato in parte qui, la legge Calderoli del 2005 nasceva dalla necessità di soddisfare un complesso intreccio di interessi contrastanti, da un lato legati alla riforma istituzionale della devolution, dall’altro al tentativo di minimizzare il peso di quella che, dopo il voto regionale della primavera, sembrava una certa vittoria del centro-sinistra. In particolare, per andare al voto con una nuova legge già nel 2006 occorreva far presto e rendere i più rapidi possibile i passaggi di attuazione necessari (disegno delle circoscrizioni, attribuzione dei seggi in modo proporzionale agli abitanti, decreti minori su singoli cambiamenti tecnici). Per velocizzare al massimo il tutto, si è deciso in sostanza di produrre ex novo, di tutti gli elementi del sistema, solo la formula elettorale, ovvero il metodo di trasformazione dei voti in seggi. Si sono quindi mantenuti i contorni delle circoscrizioni delle quote proporzionali del “mattarellum” e si è utilizzata una scheda sostanzialmente corrispondente a quella della quota proporzionale per la Camera. Questa scheda però non prevedeva preferenze, per non complicare ulteriormente un voto che associato alla parte maggioritaria era già piuttosto elaborato, e così, per evitare il rischio di ulteriori passaggi il aula o di stop tecnici, si è stabilito di mantenere le cose come stavano.

Con l’andare del tempo, però, la situazione si è cristallizzata. A parole, tutti ritenevano che le preferenze sarebbero state necessarie, ma intanto la legge era talmente malfatta e conteneva così tanti problemi tecnici di applicazione che riaprire il dossier avrebbe significato rimettere mano in modo drastico a tutto quanto. I governi in carica, d’altro canto, vedevano spesso in una legge simile un formidabile deterrente da eventuali ritorni alle urne, e quindi facevano melina ogni volta che si trattava di rimettersi sulla questione. A ciò si aggiungeva il fatto che con le liste bloccate i vertici dei partiti avevano trovato una importante arma di disciplinamento dei loro candidati, fondamentale in un momento in cui da entrambe le parti si stavano formando formazioni politiche nuove nate da fusioni problematiche. Infine, in tutti i tentativi di assalto referendario al “porcellum” non si era trovato il modo di attaccare l’assenza di preferenze, visto che è difficile usare il referendum abrogativo per aggiungere qualcosa che non c’è.

Più il malessere si incancreniva, più la questione delle preferenze sembrava diventare quella centrale, anche per un confronto con il sistema elettorale delle Europee, che offre la possibilità di indicarle: a detta di tutti se ci sono le preferenze un sistema elettorale proporzionale è pienamente democratico, se non ci sono è una dittatura larvata. Soprattutto su tale base si è arrivati addirittura a pensare, non molto tempo fa, che la Corte costituzionale potesse inviare un irrituale messaggio di avvertimento sull’incostituzionalità della legge Calderoli a causa della rottura del rapporto democratico nella selezione dei deputati.

Ho già scritto nel post linkato in precedenza che, se nel “porcellum” c’è una tara maggiore delle innumerevoli altre, si tratta della possibilità di predeterminare i rapporti di forza più o meno di fronte a tutti i risultati. Certamente, il blocco delle liste rappresenta in questo contesto un fattore critico aggiunto, perché in sostanza sulla base dell’ordine delle candidature noi possiamo già sapere nome e cognome della grande maggioranza dei prossimi deputati prima di andare a votare. Però questo insistere proprio sulla gravità della mancanza di preferenze in sé, tanto che per alcuni un espediente tecnico come il nostro premio di maggioranza sembra quasi diventare una cosa normale, da non cancellare necessariamente in caso di riforma, è il segnale di un disagio più profondo, tanto profondo che con tutta probabilità nemmeno riammettere le preferenze sarà sufficiente a sanarlo.

Iniziamo col dire che legare preferenze e legittimazione democratica in modo automatico è in primo luogo scorretto. In Portogallo, in Spagna, in Svezia, il sistema in uso prevede liste bloccate; in Germania si elegge mezzo Bundestag da liste in cui non è possibile esprimere preferenze; in diversi paesi, come l’Austria, il meccanismo per fare scattare il conteggio delle preferenze richiede un utilizzo di questo strumento così elevato che in pratica non ha mai luogo. Eppure l’emergenza democratica dovuta al blocco delle liste è qui, dove pure, di recente, grazie all’utilizzo delle preferenze siamo stati capaci di mandare Barbara Matera a Strasburgo e Renzo Bossi in un consiglio regionale. A volerla dire tutta, il riferimento che si fa al referendum che nel 1991 aboliva le preferenze multiple è sicuramente pretestuoso al giorno d’oggi, ma non è insensato. Nel sistema repubblicano classico, lo strumento delle preferenze era usato in modo circoscritto, in alcune aree territoriali e dagli elettori di alcuni partiti, non molti soprattutto per “pesare” l’importanza delle correnti interne e/o per individuare il proprio referente politico individuale nell’ambito di una “raccolta” di consenso chiaramente individuabile all’interno dei voti al partito, o addirittura in prospettiva di un vero e proprio voto di scambio. In alcuni partiti, come il PCI, l’uso delle preferenze era assai raro e anzi visto con sospetto, visto il netto rifiuto di qualunque “frazionismo” interno.

Quello che conta in tutto questo è che, come in molti paesi europei oggi, una volta anche da noi non c’era nessun bisogno delle preferenze per sentirsi rappresentati: se alle elezioni del 1958 non fossero esistite le preferenze, gli elettori comunisti non avrebbero avuto esitazioni ad ammettere che l’ordine di lista che Togliatti e la segreteria da lui presieduta avevano scelto per una certa circoscrizione era sostanzialmente quello che serviva, e dall’altra parte Fanfani, Segni, Zoli e i dorotei avrebbero trovato un altro modo per confrontare le rispettive forze, e avrebbero presentato una stesura finale di liste su cui gli elettori non avrebbero trovato nulla da obiettare. Oggi invece reclamiamo le preferenze perché non le abbiamo, ma se ci fossero ci lamenteremmo ancora: tutti i partiti che non rinunciano a priori a una linea politica responsabile e non titillano irresponsabilmente i nostri mal di pancia e le nostre insofferenze più irrazionali non ci piacciono, chiunque venga candidato da PDL, PD o UDC non va bene, anche se è un santo al solo contatto con “la casta” diventa immediatamente sporco, e le preferenze non servirebbero ad altro che a mettere in ordine opzioni tutte insoddisfacenti.

La differenza tra quel 1958 e oggi è essenzialmente nell’efficacia dei partiti a rappresentare la nostra società. Dalla Liberazione fino più o meno alle prime avvisaglie di crisi negli anni Settanta, i partiti italiani pur tutt’altro che perfetti apparivano sostanzialmente idonei a interagire con la società che avevano davanti, ed erano stati capaci, almeno in parte, di evolversi con lei. La democrazia interna nella scelta dei vertici, quando funzionava, era solo un aspetto di un insieme di meccanismi, in primo luogo perché era riservata ai militanti e non a una quota sensibilmente più ampia di elettori che del partito non facevano parte ma che maturavano comunque un’appartenenza di lungo periodo. Ciò che veramente contava, sempre ragionando in termini di “grandi numeri” elettorali, era una vera e propria capacità pedagogica dei principali partiti e delle istituzioni che strutturavano il consenso attorno ad essi: attraverso tante diverse forme di coinvolgimento, di supporto, di proposta culturale, le forze politiche (spesso anche quelle meno imponenti, nel loro più piccolo bacino sociale di riferimento) in parte tenevano sempre sotto controllo il polso del “territorio” adeguandosi per quanto possibile alle esigenze dei loro elettori, ma soprattutto, riuscivano a fare in modo che i loro elettori sentissero proprio quelle esigenze ed esprimessero quelle richieste che essi erano pronti a portare alle istituzioni sotto forma di proposta politica. Uno dei segreti dei grandi partiti di massa era proprio quello di “lavorare” in una società ancora sulla via della modernizzazione, affamata di punti di aggregazione, di grandi “racconti” collettivi che le loro grandi proposte ideali potevano offrire, o semplicemente bisognosa di un supporto socio-economico e civile che uno stato per troppo tempo assente non era in grado di offrire e che ora i partiti potevano portare, e il risultato è stato per lungo tempo quello di una identificazione quasi completa tra le grandi organizzazioni di espressione del consenso politico e i loro aderenti.

La crisi di questo modello non è stata un fatto del tutto negativo, perché ha coinciso con il pieno sviluppo di una società nel complesso più consapevole, fatta di individui in generale più istruiti e più capaci di accedere autonomamente alla conoscenza e alla formazione delle opinioni, anche sposando modalità di espressione della propria identità più flessibili e complesse anche perché quelle identità non erano più incasellabili nei vecchi moduli. Quella che si apriva era insomma una società più “secolarizzata”, via via in grado di esprimere i propri bisogni senza la tutela dei partiti, i quali avrebbero dovuto affrontare la sfida di cercare un consenso che erano sempre meno più in grado di riprodurre per partenogenesi.

Ma, per tutta una serie di ragioni, a differenza di quanto è accaduto in forme diverse altrove nel mondo sviluppato, da noi i partiti da un certo punto in poi non hanno saputo seguire fino in fondo questa evoluzione, trasformandosi in apparati autoreferenziali dediti pressoché esclusivamente alla gestione dell’esistente, alla propria sopravvivenza come forme di direzione delle leve del potere e nel peggiore dei casi all’acquisto di supporto elettorale dietro pagamenti di varia natura. Al primo punto di rottura, nel 1992, sono seguiti tentativi confusi di mettere qualche pezza, nell’ambito di un’emergenza dello stato dei conti in realtà sempre incombente, e con la presenza nel sistema politico di “franchi tiratori” che hanno costantemente affossato quel poco che sembrava di poter essere ottenuto, fino al definitivo stallo della metà dello scorso decennio. Adesso, la necessità di ricostituire dalle fondamenta il rapporto tra società, cittadini, elettorato (che poi sostanzialmente sono la stessa cosa) da una parte, e organismi demandati alla rappresentanza delle loro istanze nelle istituzioni non è più rimandabile, se non altro perché si tratta ormai, praticamente, di edificare in uno spazio vuoto.

Io ritengo che, nel lungo periodo e forse anche nel medio, la strada per ottenere qualche risultato ci sia. Occorre fornire ai cittadini gli strumenti per la selezione di una classe politica che, pur senza scossoni, migliori la propria qualità a ogni elezione, ed esporre i partiti senza protezioni al vento della competizione per la vita. Questo si può fare, in primo luogo, abbandonando ogni nostalgia di quanto erano belli i tempi di Moro e di Pertini e di Berlinguer e magari di Almirante: la spirale del debito, l’ipertrofia della pubblica amministrazione, l’ingabbiamento di forme anche minime di concorrenza per esercizi e professioni, il baratto tra sostegno immotivato alle imprese e mantenimento immotivato di posti di lavoro, sono tutti malesseri con radici antiche, ma che si presentano in maniera conclamata proprio in quegli anni, di fronte a una classe politica che a voler essere generosi non è stata in grado di opporvisi. Quella evoluzione è forse la migliore dimostrazione che un certo modo di fare politica nei e coi partiti è collassato perché non andava più bene. Occorre trovare un modo nuovo, e il raggiungimento dell’obiettivo passa anche dalla necessità di non fossilizzarsi sulle preferenze come se aggiungessero alle nostre possibilità decisionali chissà che cosa. Anzi, passa senza alternative da una rinuncia, questa volta definitiva, al proporzionale. Come e perché, magari lo vedremo un’altra volta.

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