A mente fredda
5 Aprile Apr 2012 2239 05 aprile 2012

Lega Nord, il futuro ha un cuore antico che sta nelle valli e ha riscoperto il segno della croce

In questi giorni si rincorrono le notizie sulla profonda crisi dei vertici leghisti, insieme alle supposizioni dei possibili sviluppi futuri. Il partito sopravviverà? Cosa diventerà? È infatti chiaro che il movimento sarà destinato a una profonda rivoluzione interna e forse anche a sparire, almeno nei termini in cui lo abbiamo conosciuto in questi anni.

Anch’io provo a dire la mia su quanto sta succedendo, senza azzardare profezie che lasciano il tempo che trovano, ma puntando l’attenzione sul passato. Su un passato che precede la figura di Bossi, spesso considerato il demiurgo dell’autonomismo settentrionale. In effetti, gli studi sul fenomeno-Lega (classico quello, ormai un po’ datato visti gli sviluppi successivi, di Ilvo Diamanti) sono partiti dal presupposto che prima di lui fosse il nulla, in questo seguendo una tradizione interna alla vulgata leghista che presenta il proprio partito come un attore assolutamente nuovo sulla scena italiana, al limite riprendendo generiche e improbabili “ispirazioni” indirette e fumose a Cattaneo, così da dare l’impressione niente più che suggestiva di essere (avrebbe detto qualcuno) “un movimento recente ed antico dello spirito italiano”. Eppure non è così, come ben dimostra il lavoro di Christophe Bouillaud e Lynda Dematteo presentato a un convegno di qualche anno fa.

L’idea della necessità di un’ampia autonomia di gestione, fino ai limiti di una soluzione confederale, al blocco socio-economico autonomo rappresentato dall’Italia settentrionale, ormai pronto a inserirsi nella rete di scambi dell’Europa ricostruita dalla guerra mondiale e potenzialmente frenato nel proprio sviluppo da troppo stretti legami con l’Italia peninsulare, era già stata elaborata con una certa pretesa di solidità teorica negli anni della Costituente dal gruppo di giovani studiosi cattolici milanesi animatori del foglio Il Cisalpino, di cui faceva parte anche uno degli ispiratori della Lega dei primi anni come Gianfranco Miglio.

Anche questa esperienza, però, era la punta di un iceberg. Fin dall’Ottocento, Lombardia e (in misura minore) Veneto erano terreno di coltura per un certo cattolicesimo intransigente che trovava nella promozione dei valori identitari e morali della comunità civile e religiosa locale sia una barriera contro gli intenti prevaricatori dello stato unitario, burocratico e accentratore quanto (e in un certo senso perché) sacrilego e anticristiano nella sua formazione laica, sia una particolare declinazione, in salsa “territoriale” e di opposizione all’“invasione” degli “estranei”, della dottrina dei corpi intermedi con cui la cultura confessionale avrebbe sfidato per decenni l’individualismo liberale e il culto esasperato degli stati-nazione.

Si trattava di movimenti che, con questi accenti e con questa decisione, sarebbero rimasti minoritari, soprattutto perché con il normalizzarsi dei rapporti Stato-Chiesa le gerarchie ecclesiastiche avrebbero provveduto a riportare ambienti simili alla ragione, fino a far trovare ad essi una collocazione piuttosto tranquilla nella DC. Tuttavia, anche nel secondo dopoguerra non sono mancate le ondate di ritorno, soprattutto di fronte alla presenza di sacerdoti o vescovi educati in quelle aree e a quelle tendenze. Fu così che nel bergamasco Guido Calderoli, dentista, ex studente presso il Seminario nonché zio di Roberto, proprio dalle strette frequentazioni con gli ambienti clericali trovò il consenso necessario per promuovere il Movimento autonomista bergamasco, sviluppatosi tra gli anni Cinquanta e Settanta fino a coinvolgere altre province lombarde e a tentare di uscire dalla regione attraverso l’organismo federativo della Stella alpina alla fine degli anni Sessanta. Nonostante qualche turbolenta comparsata alle elezioni amministrative, questa prima rete di movimenti non ebbe successo, e si dovettero attendere gli anni Ottanta, la crisi della repubblica dei partiti e l’indubbio fiuto politico e organizzativo di Bossi perché questo mondo fosse catapultato nella “grande politica”.

Invitando a leggere per ulteriori informazioni il saggio da cui sono partito e il più recente volume della Dematteo L’idiota in politica, che tante polemiche ha suscitato ancora poche settimane fa, concludo sottolineando che questo excursus non è semplicemente una spigolatura erudita. È infatti evidente che l’organismo politico-Lega ha sviluppato e mantiene con questo retroterra socio-culturale un rapporto assai stretto, da cui non ha potuto mai staccarsi nemmeno nei momenti di massimo consenso, e di cui anzi è stata costretta a subire le pressioni più di quanto voluto. Intorno al 2000, come si ricorderà, le pagliacciate secessioniste avevano portato il movimento non solo sull’orlo del fallimento economico, ma anche dell’implosione per crisi di consenso, con il mancato raggiungimento del 4% alle elezioni del 2001. È stato allora, non a caso, che la Lega ha gradualmente sostituito una parte cospicua del proprio armamentario anti-meridionale e anti-romano con una robusta iniezione di fondamentalismo cristiano tradizionalista, esclusivista e particolarista, tra l'altro compiendo una brusca virata dagli accenti laici e finanche anticlericali del Bossi e del Maroni degli anni Ottanta-Novanta, verso un recupero di quella dimensione della comunità locale stretta attorno al campanile della chiesa come in una fortezza assediata dalla modernità, tanto cara all’intransigentismo antistatalista lombardo. E non è un caso, viene da pensare, che questo sviluppo coincida col pieno consolidamento del ruolo di primo piano negli organigrammi leghisti di Roberto Calderoli, evidentemente erede dei network politici e personali di famiglia.

Questo cosa ci porta a pensare? Che la Lega intesa come struttura di partito, come collocazione parlamentare e come terminale di rapporti interpartitici, ha avuto successo e ha resistito alle crisi perché si è fatta interprete di un capitale di consenso già precedentemente elaborato sul piano simbolico e identitario, e così ben definito da condizionare le scelte politiche e i riferimenti ideali del Carroccio più di quanto i suoi leader abbiano mai ammesso. La Lega-partito come oggi la conosciamo può anche dissolversi in tempi brevi, ma questa complessa rete di identificazioni confessionale, tradizionalista, antimoderna e prettamente localistica continuerà ad esistere, e ormai che ha conquistato la ribalta almeno sul piano locale difficilmente tornerà indietro. Del resto in un momento come questo, nel pieno di una crisi di rappresentanza così profonda, il ruolo di interlocutore di questa cultura territoriale farà gola a tanti.