Gabrio Casati
5 Aprile Apr 2012 1745 05 aprile 2012

Orfani dell’illusione leghista, chi darà voce ai Contadini del Nord?

Fernand Braudel formulò forse la più brillante definizione di potere: la capacità di produrre un mutamento. Capacità unita a volontà, aggiungiamo noi. Solo un’azione volontaria sostiene un potere, altrimenti si tratterebbe di meccanica. Da questo punto di vista bisogna ammettere che viviamo in un periodo frastornante. L’azione combinata di mercati (sempre “inquieti” e “nervosi”, sarà la giovane età?), giornaloni, giornalini e poteri reali stringe una cappa così sistemica, così ben fatta, da rendere veramente difficile uscirne, pensare, riflettere e valutare fuori dal coro.

Del resto sono gli stessi poteri, le stesse straordinarie teste, che riescono a tramutare una sconfitta epocale – la crisi 2008-2012 innescata dalla finanza – in un’occasione di ulteriore rafforzamento di se stessi e della presa sullo Stato. Tutto avviene in un contesto di assoluta volontarietà: qui non c’è meccanica, ma discrezionalità. Il Governo è esercitato sulla base di scelte e opzioni politicamente identificate. Nessun Governo è tecnico, nessuna tecnica è neutrale. Il Governo Monti è poi la roba meno neutrale che si sia vista in Italia negli ultimi 20 anni.

Questo articolo muove dal seguente quesito: cosa resta della Questione Settentrionale dopo l’uscita del Berlusconi e la fine del sistema partitico che ricomprendeva anche l’istanza padana, pur malamente interpretata dalla lega Nord? Il Governo dei “sapienti”, degli “ottimati”, il governo “del fare” (perché questo sì che fa, eccome!) e degli amici, come legge la Questione Settentrionale, il divario di sviluppo, la questione “contadina”, insomma tutto il bagaglio ormai solido della narrazione del Nord, tanto più con la definitiva disintegrazione della Lega cui stiamo assistendo?

Per rispondere alla domanda che ci siamo posti, preferiremo dividere la risposta in due sezioni: la prima contiene una rapida disamina dei provvedimenti che impattano il Nord come territorio, la seconda riguarda le misure imposta ai ceti produttivi in larga parte risiedenti al Nord (per una migliore dimostrazione di questa asserzione si veda “Luigini contro contadini”).

Cominciamo a mettere in fila alcuni provvedimenti “territoriali”:

1. Il Ministero per il federalismo è stato sostituito da quello per la “coesione territoriale”. Intendiamoci, poco o nulla ci interessa delle sigle e pochi rimpiangono l’azione del Ministro Bossi. Tuttavia, sostituire la nozione di federalismo con quella di “coesione territoriale”, in tutta franchezza un po’ sdrucciolevole in un Paese di assistiti, indica molto dell’orizzonte culturale entro cui si inquadra l’operazione Monti. “Coesione” è termine che sconta l’esistenza di spinte centrifughe e, proprio per questo, presuppone l’uso di un “collante” che, per come sono andate le cose negli ultimi decenni, genera non poche ansie in regioni come la Lombardia.

2. Il primo atto in assoluto del Governo è stato quello di aver sbloccato i decreti per Roma Capitale. Un gigantesco trasferimento di autonomia e risorse a un territorio che negli ultimi anni si è distinto esclusivamente per una delle più indecorose gestioni patrimoniali e fiscali di tutta la Repubblica.

3. Le risorse accantonate dalle Tesorerie degli enti locali “virtuosi”, ovvero quelli che hanno rispettato – poveri imbecilli – il patto di stabilità interna, sono state trasferite alla Tesoreria Unica dello Stato con un atto il cui incipit contiene un riferimento alla “unità economica della Repubblica” piuttosto inquietante per la sua pratica traduzione. Che è quella di continuare a punire gli enti locali meglio amministrati (quanti al Sud?) sottraendo loro sic et simpliciter funzioni o impiccandoli a vincoli capaci di azzerarne ogni autonomia, per riportare tutto in un ammasso centralizzato ove peccati e virtù saranno equalizzati nel silenzio generale e da dove l’unico dato che emergerà sarà la prestazione media, concetto privo di senso in un paese territorialmente così diseguale come l’Italia.

4. Il Governo ha mutuato l’Imposta Municipale Unica, concepita nell’ambito del Federalismo Fiscale come principale fonte di finanziamento dei Comuni, e l’ha trasformata in una imposta centrale. Sugli 11 miliardi di incassi netti previsti infatti, 9 sono di pertinenza di una “riserva dello Stato” mentre solo 2 sono destinati ai Comuni. In più si prevede di bilanciare le nuove entrate rappresentate dai 2 miliardi con tagli per pari importo dei trasferimenti centrali ai Comuni stessi. Morale: la tassa è “Municipale”, la faccia su un nuovo prelievo di 11 miliardi ai contribuenti ce la metteranno Sindaci e Giunte, ma i soldi andranno tutti allo Stato.

Se invece volgiamo lo sguardo ai provvedimenti che colpiscono i ceti produttivi, ecco quanto ci sembra poter sottolineare:

1. La spesa pubblica è sparita dall’agenda, se non per il taglio delle pensioni. Il consolidamento fiscale è ottenuto interamente attraverso l’aumento del carico fiscale. Stesse uscite e molte più entrate. Il carico fiscale è stato fatto gravare, in perfetta e ideale continuità con i tanto vituperati governi “politici”, innanzitutto sui produttori di ricchezza: lavoratori dipendenti, autonomi, imprese produttive, soprattutto piccole e medie perché – come noto – quelle grandi hanno da sempre strumenti sofisticati per non pagare – o quasi – le tasse. Strumenti che il governo si è ben guardato dal toccare. Non pervenute assicurazioni, banche e concessionari. L’effetto complessivo di tale approccio è caricare i soggetti produttivi di ulteriori fardelli fiscali, fino a metterne in serio dubbio la continuità della capacità di produzione di ricchezza, favorendo la perpetuazione di tutto l’impianto imprenditoriale e produttivo parassitario e truffaldino che vive di deficit di spesa pubblica. Se abbandonassimo per un minuto le infinite menate sulla “casta” e ci chiedessimo – per esempio – quanti individui e quante imprese vivono, letteralmente, sui 15 miliardi di euro di debito sanitario (a salire) del Lazio, cominceremo forse ad avere una fotografia più decente dei veri rapporti di forza nel paese, smettendola di credere nella favola che i politici contino davvero qualcosa.

2. I provvedimenti “per la crescita” si incardinano – varrebbe da dire si esauriscono - sulla riforma del mercato del lavoro, da attuarsi attraverso la riformulazione dell’articolo 18. Governare significa dare priorità ai problemi. Tale esercizio sarà necessariamente influenzato dagli orientamenti ideologici e programmati di chi governa. Alcune considerazioni:

a. I dipendenti pubblici ne sono esclusi (ovviamente), qualsiasi correzione venga quindi introdotta sarà una partita di giro (come sempre) tra lavoratori e imprese produttive.

b. In un Paese che sta conoscendo la vicenda Fondiaria-SAI (leggere Di Lena su questo giornale per averne una perfetta rappresentazione: ma quanto deve essere marcio un sistema per portare una società di assicurazione sull’orlo del fallimento?), a noi sembra ridicolo proporre la riforma dell’articolo 18 come una priorità sistemica per la crescita. O meglio, ci sembra una chiara indicazione di priorità che rivela un chiaro orientamento ideologico.

c. Chiunque faccia impresa o faccia analisi, e non ideologia, sa che a fronte del primato italiano della pressione fiscale, dei tempi e dei costi della burocrazia, dell’incertezza normativa, dei tempi dei procedimenti giudiziari, delle modalità di erogazione e del costo del credito, dei costi dell’energia, dell’efficienza dei trasporti, della pervasività della criminalità organizzata, parlare di articolo 18 come elemento ostativo agli investimenti è per lo meno azzardato.

d. Dopo due provvedimenti cardinali quali il “pacchetto Treu” e la “legge Biagi”, per la terza volta si segue l’identico schema di anticipazione e definizione puntuale dei costi (riduzione delle tutele e delle garanzie ai lavoratori che ancora ne dispongono) e di posticipazione fumosa dei benefici (nuovi strumenti di welfare) che ha sistematicamente portato all’attuazione dei primi senza alcun ritorno sui secondi.

Se mai l’interpretazione dei rapporti di forza nel Paese, ipotizzata nel nostro “Luigini contro contadini”, con la metafora del “Patto” avesse una qualche pur vaga attinenza con la realtà, l’operato di questo governo sembra accidentalmente offrire elementi di conferma su cui vale la pena di riflettere: i “Luigini” (i grandi soggetti dell’economia parassitaria e sussidiata) non sono toccati; gli “Assistiti” (i beneficiari dell’immensa spesa pubblica improduttiva) non sono toccati; le “Mafie”, meglio, la lotta alla criminalità organizzata non fa parte del set di argomenti pubblici di questo Governo; il “Palazzo”, venuta meno parte della sua funzione di mediazione per via dell’assunzione diretta di responsabilità politica da parte dei “Luigini”, paga qualcosa: il definitivo azzeramento della Politica (i partiti) cui invece scampa – perché funzionalmente rilevante – la burocrazia. Chi invece come sempre alimenta di tasca propria il “Patto” sono i “Contadini”, ulteriormente attaccati tanto sul fronte dell’imposizione fiscale quanto su quello dei consumi.

Questa situazione ci sembra insostenibile, socialmente e politicamente. L’implosione della Lega ci pare sgombri il campo dall’unico soggetto che, per via istituzionale, abbia cercato di rappresentare il malessere del Nord (contro il resto del Paese e contro le sue stesse classi dominanti), lasciando le spinte proveniente dal basso (la rabbia contro le tasse, la percezione di ingiustizia, l’odio contro l’asimmetria dei sacrifici…) prive di voce collettiva e della possibilità, anche solo teorica, di rappresentazione. Che la figura chiave del prossimo Governo sia chi gestisce l’ordine pubblico?

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